Maniac Street Preachers: The Ultra Vivid Lament

L’ardente passione che da sempre alimenta la musica del terzetto gallese può essersi affievolita, ma i Maniac Street Preachers hanno ancora parecchio da dire.

Maniac Street Preachers

The Ultra Vivid Lament

(Columbia/Sony)

indie, rock, pop

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Maniac Street Preachers - recensione - The Ultra Vivid LamentI Maniac Street Preachers si sono fatti conoscere al grande pubblico durante quel periodo storico degli anni ’90 chiamato Cool Britannia, che ha visto salire alla ribalta, tutti conditi nel grande calderone del Britpop, diverse band. Tra cui proprio quella gallese, che poco aveva da spartire con Oasis and Co., ma che si faceva notare per il suo forte coinvolgimento sociale e politico.

Dopo trent’anni, la fervente passione e la rabbia che li alimentavano si sono affievolite, ma lo spirito e la creatività restano e danno forma a un album, il quattordicesimo in studio, destinato a non deludere, sia dal punto di vista del suono che delle liriche.

Nelle interviste precedenti l’uscita di The Ultra Vivid Lament, Nick Wire, bassista e songwriter, aveva annunciato un cambio di rotta rispetto al loro ultimo lavoro del 2018, parlando di “Clash che suonano gli ABBA”. Forse l’impronta punk rock dei Clash non è così chiara, ma di sicuro lo è quella degli ABBA. Come forte si sente il fatto che il disco è stato scritto per la prima volta al pianoforte e non alla chitarra.

Anticipato dal singolo Orwellian, che parla di come l’uso improprio delle parole sia alla base delle guerre culturali tipiche delle piattaforme digitali, The Ultra Vivid Lament vanta tante influenze e rimandi diversi, che vengono però interpretati di volta in volta alla maniera dei MSP. A partire da Still snowing in Sapporo, una sorta di omaggio a Richey Edwards, cantante scomparso in circostanze misteriose nel ’95 e al loro tour in Giappone del ’93, quando erano ancora “The four of us against the world”. Un brano che affonda le sue radici nell’indie anni ’80, che parte da una sorta di spoken word per aprirsi nel ritornello.

Gli echi di Elton John, Billy Joel e Nina Simone risuonano in Quest for ancient colour, mentre Don’t let the night divide us è l’emblema dello stile preannunciato da Wire. Si sente Nick Cave in Diapause, una ninna nanna ipnotica e onirica che parla di dolore e perdita; si sentono Echo & the Bunnymen in Complicated illusions, un flusso di parole maestoso e scorrevole sulla battaglia filosofica tra strutturalismo e decostruttivismo. E si avvertono i REM in Into the waves of love e i Simple Minds in Afterending.

Molte anche le collaborazioni (di peso), a partire da Paul Weller che ha partecipato alla scrittura di Orwellian, passando per Julia Cumming dei Sunflower Bean, fino ad arrivare a Mark Lanegan. La prima ha dato voce, con James Bradfield, a un duetto tra Gwen e Augustus John, che mette in evidenza come due fratelli possano essere molto diversi ma allo stesso tempo credibili. Il suo contributo ha dato a The secret he had missed quel tocco pop che, unito alla ritmica incalzante e alla linea di pianoforte stile ABBA, ci ha per un attimo fatto credere di essere sotto i riflessi di una gigantesca mirror ball.

 

Il secondo ha cantato Blank diary entry, un pezzo che una volta scritto sembrava così tanto una sua canzone, da non poter essere cantato da nessun altro. E Lanegan, che proprio nella sua biografia scrive quanto stimasse il gruppo già dai tempi in cui militava negli Screaming Trees, ha dato al brano quell’impronta dark marchio di fabbrica della sua peculiare timbrica.

The Ultra Vivid Lament è un album in perfetto stile Maniac Street Preachers. Le sonorità sono quelle, sebbene forse risentano di più rispetto al passato degli artisti (gli ABBA su tutti) che li hanno influenzati. Le tematiche affrontate anche, lontane dai cliché, lontane anche da quel Covid che ha manipolato e manipola tuttora pensieri e azioni. Sempre controcorrente, ma fedeli agli aspetti più profondi e contrastanti della loro natura.

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Simona Fusetta
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