Intervista ai Devocka

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In occasione dell’uscita del loro terzo album La Morte Del Sole, Rockshock ha intervistato la formazione ferrarese dei Devocka, ormai al terzo disco e con un’esperienza di nove anni d’attività alle spalle.

Rockshock. Già dal vostro nome s’intende che le influenze dei Devocka non sono esclusivamente musicali. Quali sono gli spunti culturali avete fatto vostri finora?

Credo che il quotidiano sia la nostra maggiore influenza, situazioni concrete, il lavoro ecc.. poi certamente le suggestioni cinematografiche di Kubrick  (non solo per “Arancia Meccanica”), di Cronemberg, di Greenaway, soprattutto di Lynch e Mario Bava, eppoi alcune letture classiche e non (Burgees, Dostoevskji, Baudelaire, Rimbaud, Burroughs, Pavese,  ma anche Mishima, Carnevali e Clementi), influenzano la scrittura di testi e atmosfere.

RS. Nel disco è espressa molta disillusione, ma la rabbia sembra prevalere sulla tristezza: si avvertono più vitalità e passione che rassegnazione. Da cosa è causata questa rabbia e dove vuole approdare? Da cosa vuole liberarsi e cosa punta a costruire, a patto che lo voglia?

Non so se la rabbia prevale sulla tristezza. Forse nel precedente disco era così, con “la morte del sole” finisce la speranza, picconata da problemi quotidiani, chiusa dall’impossibilità concreta di perseguire i propri sogni che devono necessariamente incastrarsi con ciò che il nostro essere “pedine” ci impone di fare per vivere. “La morte del sole” è la fine della speranza, dei rapporti umani, della vita come la vorremmo.

RS. “Non solamente un’apertura mentale”. Cos’altro allora? Quale idea c’è dietro la canzone ed il video?

L’apertura mentale di cui parlo risiede nella consapevolezza di uno stato emotivo e sociale, con lo slancio o meglio l’ auto-minaccia ad un gesto conclusivo forte. Il testo e lo stesso video sono stati realizzati assieme al duo artistico Amae che, a mio parere, hanno ben riportato in immagini il testo del brano, giocando sulla doppia personalità del protagonista.

RS. La musica come strumento comunicativo. Che ruolo riveste per voi? E’ stata un approdo naturale e necessario? Oppure un passatempo poi diventato una forma d’espressione eletta tra le altre?

La comunicazione attraverso la musica è per noi una necessità, gli stessi testi che scrivo se privati della musica, perdono di significato. La musica, l’ascolto e la composizione sono elementi fondamentali della giornata, anche se il tempo da dedicare loro non è mai abbastanza.

RS. Come vi siete evoluti rispetto all’inizio della vostra carriera? Sono avvenuti fatti ai quali non vi aspettavate di andare incontro? 

L’evoluzione del suono è stata “naturale”, dettata dalle esperienze che ci sono capitate e dall’amalgama che abbiamo raggiunto a forza di massacrarci le orecchie con il nostro suono. In fondo questa band non ha mai avuto cambi di formazione e sicuramente siamo maturati a livello sonoro e di scrittura. Lavorare in studio con Giulio Favero e Manuele Fusaroli ci ha insegnato molto, le suggestioni sonore sono invece mutate gradualmente verso una rabbia meno diretta e più “sotterranea”.

RS. L’esperienza con gli altri artisti del Nervous Collettivo di Esportazione Artistica? In cosa consiste materialmente?

Siamo partiti anni fa collaborando con diverse band per cercare maggiori spazi live, coinvolgendo e proponendo anche esposizioni fotografiche e pittoriche negli stessi spazi. L’impegno è andato scemando soprattutto per la difficoltà di trovare situazioni adatte e che credessero nella proposta e forse anche per la velleità della stessa. Il collettivo si è poi concentrato esclusivamente sui concerti, ma anche in questo caso con risultati abbastanza altalenanti.

RS. Dopo la pubblicazione di “Perché Sorridere?!” siete forti di una nuova esperienza: l’esibizione per “Rock4Rights”. Come ve la siete cavata di fronte al pubblico britannico?

Direi bene! I brani sono stati comunque proposti nella nostra lingua e non sapevamo come un pubblico inglese avrebbe potuto reagire. I presenti si sono mostrati davvero partecipi al concerto. Alla fine abbiamo ricevuto diversi complimenti e qualche articolo lusinghiero sulla nostra esibizione.

RS. Da tempo ormai le case discografiche tuonano minacciando di non produrre più Cd fisici, a vantaggio della sola vendita dei file (ad alta risoluzione o compressi). Stiamo chiedendo agli artisti che ne pensano di questa svolta del mercato, se immaginano un pubblico sempre più disaffezionato all’acquisto della musica, una parcellizzazione degli album in semplici canzoni, la sacrificazione dell’artwork, o se vi vedono un vantaggio. Voi cosa ne pensate?

Personalmente sono molto legato all’oggetto. La sparizione del disco “fisico” sarebbe per me tragica. La cosa è anche possibile, ma non credo avverrà a breve, magari si stamperanno meno copie, ma qualcosa deve rimanere, o almeno lo spero. Il pubblico è già da tempo disaffezionato alla musica, quella undergound sta diventando sempre più di nicchia, anche se in molti assaggiano tante cose, senza dedizione però. Bastano pochi secondi per etichettare e via… il vantaggio è economico, lo svantaggio è una chiusura mentale. La casa discografica, tramite il supporto fisico, dovrebbe avere il ruolo del critico. Ossia, scremare l’infinito numero di artisti (o presunti tali) che l’mp3 non riesce a fare, migliorando la qualità generale delle proposte ed evitare l’abbondanza di meteore che riscuotono successo con singoli brani.


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