Intervista a Marco Campitelli (The Marigold)

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Abbiamo intervistato Marco Campitelli, fondatore dei The Marigold. Il gruppo ha recentemente rilasciato Let The Sun, il suo primo EP, a distanza di 3 anni dal secondo album Tajga. Oltre allo shoegaze della traccia inedita omonima, l’EP contiene 3 tracce dal vivo a testimonianza dell’intensa attività live degli ultimi anni. In questa intervista, Marco ci svela i retroscena di Let The Sun ed i progetti futuri della band abruzzese.

Let The Sun - marigold

Rockshock: l’EP contiene un inedito che ha sonorità shoegaze: vi muoverete principalmente in quella direzione per il prossimo album?

Marco Campitelli: Non so in quale misura le sonorità presenti in Let The Sun rappresenteranno le coordinate del prossimo lavoro dei Marigold, ma ho la sensazione che il nostro sound attuale stia migrando sicuramente verso territori meno “ariosi” di quelli percorsi anche in Tajga.

RS: Nell’EP oltre all’inedito Let The Sun ci sono altre 3 tracce, tutte live: come mai questa scelta?

MC: I brani dal vivo inseriti nell’EP sono stati scelti a testimonianza dei live fatti nell’ultimo periodo. In particolare questi tre brani sono stati selezionati tra quelli che nella performance hanno suscitato ed evocato in noi e nel pubblico una sorta di alchimia magica; da qui nasce l’idea di utilizzarli, fotografarli e racchiuderli in un EP. Segnaliamo inoltre che nella versione digitale si può trovare la versione Maxi EP con 5 brani dal vivo.

RS: Approfondiamo il discorso dei live: cosa si deve aspettare il pubblico da un vostro live?

MC: Le risposte agli stimoli sonori sono soggettive, frutto sicuramente di una personale visione di vivere la musica, nonchè dei gusti individuali. Comunque, in generale, raccogliendo giudizi da parte del pubblico che ci ascolta, molti rimangono folgorati dallo stato di alienazione che si genera, dal caos, dal muro sonoro. Tutto questo produce così una sorta di catarsi che spesso è quella che affascina di più durante i live.

RS: Il nuovo EP arriva insieme alla ristampa di Tajga, il vostro ultimo album in studio…

MC: Nei concerti del 2011 abbiamo ricevuto molte richieste del disco durante i live ma avevamo esaurito tutti i dischi, così ci è sembrato giusto ristamparlo aggiungendo l’EP. Quest’ultimo ha la funzione di bonus rispetto alla ristampa e di un nuovo tassello rispetto alla nostra discografia.

RS: Come è nata la collaborazione con Amaury Cambuzat, produttore dei 2 album, e cosa vi ha lasciato dal punto di vista artistico?

MC: Come ogni collaborazione tutto nasce dalla stima reciproca e dal desiderio di sperimentarsi con persone diverse: qui ha origine la crescita e la maturazione sia individuale che collettiva. In particolare abbiamo iniziato il nostro cammino con Amaury nel 2006 (in quel periodo lavorò sul nostro primo disco, Erotomania) ed ha continuato a farlo fino ad oggi. Artisticamente offre sempre modalità di intervento sulla nostra musica che non ti aspetteresti mai: è senza ombra di dubbio una delle persone più creative che abbia mai conosciuto. Il suo approccio ci ha contaminato donando una diversa elettricità allo stile della band. Si può dire che siamo diventati figli del “free french rock”.

RS:  Sarete ancora prodotti da lui nel prossimo album?

MC: Nel prossimo disco Amaury sarà sicuramente dei nostri come musicista, ma insieme abbiamo deciso di affidarci ad un nuovo produttore con diverso stile/approccio ed ambiente di provenienza. Sicuramente qualcuno non molto convenzionale rispetto alla circuitazione di produttori ai quale siamo abituati: sarà una bella sorpresa.

RS: Quanta importanza date ai testi nella vostra musica?

MC: I testi sono importanti, ma devono rispettare le esigenze della musica, e nel mio caso, cerco sempre di non allungarli troppo, anche quando scrivo in italiano con gli Oslo Tapes (altro progetto musicale dell’intervistato, ndr). Il testo è parte del messaggio che l’autore vuole trasmettere, e la comunicazione di questo messaggio è completo solo ascoltando l’intera canzone. Pragmaticamente il messaggio passa non solo attraverso le parole ma anche attraverso le frequenze degli strumenti. Quindi in questa misura il testo è importante quanto tutto quello che si percepisce in una canzone: le musiche integrano i testi ed i testi integrano le musiche.

RS: Da dove è nata l’esigenza di creare la tua etichetta, la DeAmbula Records?

MC: DeAmbula Records è un’etichetta indipendente nata nel 2006 con la produzione del primo disco dei Marigold, occasione questa che ci ha permesso di intraprendere un percorso distante da tutto quello che è il mondo della discografia classica e di alcuni settori del campo dell’indipendenza. Nello specifico facciamo riferimento a quel settore dell’indipendenza governato da leggi di mercato dove tutto funziona pagando, comprando la propria visibilità da agenzie di promozione, ottenendo il diritto al successo. E ovvio che, inevitabilmente, si finisce per riempire il settore della musica indipendente con dei lavori scadenti. L’esigenza di mettere su una label indipendente c’era da molto tempo, ma speravo in qualche cambiamento nel circuito indie. Man mano che il tempo è passato nulla è migliorato, anzi! Con fatica e forte determinazione, ho deciso di gestire a modo mio tutto quello che ruotava intorno alla mia musica ampliando il raggio d’azione ad altri artisti che la pensassero come me. Ad oggi possiamo sicuramente affermare che la label ha ottenuto un discreto rispetto artistico sulla scena nazionale della musica indipendente, quella che più conta, questo a dimostrazione della validità delle nostre idee ed intuizioni che ci avevano spinto verso la sua creazione.

RS: Un ultima domanda: state già lavorando al prossimo album?

MC: Si abbiamo delle idee ma nulla di definitivo: da giugno ci immergeremo per 3 mesi in studio. Intanto da poco abbiamo realizzato una nostra personalissima versione di Gravel Bed dei Codeine per un tributo che uscirà in autunno.


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