Golden Apes: la recensione di From the Sky

Tra luci ed ombre la poetica e l'irruenta passione dei Golden Apes. Con From the Sky la band berlinese riscrive il suo manifesto.

Golden Apes

From the Sky

(Icy Cold Records)

post-punk, darkwave, goth rock

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I feel the fragments of a wrong time….displayed as memories at the skyline…(percepisco i frammenti di un tempo sbagliato…come ricordi all’orizzonte…), così recita il testo della title track, così l’erroneo tempo ha finalmente cessato di esistere e passati tre anni dall’acclamato Kasbek, i berlinesi Golden Apes tornano sulle scene con l’EP From the Sky su Icy Cold Records.

In questo lasso di tempo c’è stato di tutto, la pandemia, lo stop ai concerti con relativi tour, il bellissimo singolo Satori e il debutto solista di Peer Lebrecht con il progetto Voyna.

Intanto, quello che nell’ultimo periodo si era obbligatoriamente ridotto ai fondatori della band, il duo Peer Lebrecht (musica, testi, sintetizzatori, voce) e Christian Lebrecht (basso), è tornato ad essere un combo grazie ai tre nuovi preziosi membri, Gerrit Haasler (chitarre), Frank Flenz (chitarre) e Joe Tyburn (batteria).

Lo straordinario manifesto del qui ed ora nasce come naturale conseguenza del tour appena concluso negli States oltre alla perfetta coesione tra i cinque musicisti, l’irrefrenabile brama di ripartenza, il rigenerato concetto sonoro e la mole di musica originale scritta come preludio al prossimo full-lenght.

From the Sky è un mini disco in parte rivoluzionario, dopo Satori le chitarre tornano in bella vista, la sezione ritmica appare più precisa e corposa che mai, la voce baritonale di Peer mostra sfumature finora sconosciute mentre i synth incorniciano uno scenario florido di nuance e finezze stilistiche di altissimo livello.

La dolce malinconia di fondo, quell’impercettibile velo di tristezza che accompagna ogni traccia ci conduce in territori contrapposti e complementari, dai fiumi stracolmi di inquietudine ai dirupi scoscesi delle ostruzioni, dai deserti glaciali dell’oscurità agli sconfinati oceani del desiderio, dagli abissi della disperazione fino all’apogeo, oltre i più fulgidi cieli, in una sorta di sempiterno moto emozionale che muta e si plasma su un tessuto di note e parole.

 

I Golden Apes hanno un attitudine rarissima, quella di esprimere concetti astrusi con estrema semplicità, sembra quasi che arrivino da un altro pianeta dal quale osservano il genere umano per poi raccontarlo attraverso il sound riconoscibile e personale di chiaro stampo post-punk/gothic-rock, le liriche sempre profonde e ricche di rimandi letterari uniti al fascino dell’occulto e della filosofia e le immagini dei video spesso descrizioni visionarie di concetti intimisti ed alchemici.

From the Sky apre le danze con la title track, una hit assoluta scelta come primo singolo, che sorprende da subito per la sbalorditiva ariosità dell’arrangiamento, un suono tondo, asciutto, pulito, a tratti addirittura solare sostenuto dalla formidabile sezione ritmica sulla quale si aviluppano i magistrali arpeggi di chitarra e la voce evocativa di Peer capace di farti viaggiare pur rimanendo fisicamente immobile.

Hold Me – dominata da una percettibile cupezza di fondo – è una traccia dolce e piena di fascino che parla di dolore, paure e speranza (… stringimi forte e non lasciarmi cadere, ora non sento affatto brama di una casa, di un riparo, tra le tue braccia, oh, per favore…) mentre l’impetuosa Hole (in my heart), ricca di irresistibili stop and go, fluttua in una spirale maliarda di desiderio e speranza (… la gioia doveva restare ma te ne sei andata, ora tutto sta morendo… lamenti, sospiri, eri destinata a restare ma te ne sei andata, c’è un buco nella mia testa…buio e freddo…).

La mia preferita però, quella capace di trasportarmi altrove, si intitola A New Day’s Dawn, questo piccolo capolavoro di stile prende il via come una ballad ma in pochi istanti si trasforma in un agglomerato ossessivo e pulsante governato da un ritmo compatto dove convivono la furia del post-punk e le brume oscure del goth, basso e chitarra da manuale, batteria eccelsa con tanto di tempi raddoppiati, sorprendente prova vocale di Peer che, nel ristretto margine di una canzone, alterna toni caldi e cremosi con altri febbrili, graffiati e saturi di tormento.

A chiudere il cerchio la versione remasterizzata di Satori ed il Voyna gravitas mix di From The Sky, spogliato di chitarre a favore dei sintetizzatori per una rilettura surreale ed onirica dal sapore coldwave.

Liberati finalmente dai fantasmi del passato, rinati dalle proprie metaforiche ceneri come araba fenice, risorti in una nuova dimensione artistica, i Golden Apes superano loro stessi e ci regalano un mini disco prodigioso.

http://www.goldenapes.com/

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