God in a Black Suit: recensione disco omonimo

I God in a Black Suit col loro disco omonimo dimostrano carattere, estro creativo, carisma e grande maestria.

God in a Black Suit

s/t

new wave, post-punk, darkwave

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In un oltremodo uggioso pomeriggio di giugno mascherato da novembre, con tanto di bruma pungente e nuvole minacciose all’orizzonte, mi metto all’ascolto di un disco che aspettavo con ansia perché anticipato da due singoli assai convincenti; Bittersweet e Little Empty Head.

Parlo di God in a Black Suit, debut album della omonima formazione materana nella quale militano Annalisa Laterza (basso), Bruno Pantone (chitarre), Gianluca Natrella (batteria), Matteo Demma (voce) e Pietro De Ruggieri (synth/tastiere).

Il gruppo approda alla delicata prova in full-lenght dopo Nails, esaltante debutto in EP del 2021 che aveva già ampiamente evidenziato le indubbie capacità espressive e il tocco magico di questi cinque talentuosi musicisti alle prese con un sound centratissimo di chiaro stampo new wave con derive darkwave, shoegaze, indie rock e imprescindibili influenze post-punk.

Non so spiegare il motivo per il quale durante l’ascolto di queste dieci tracce ammantate di nostalgica poesia, mi arriva l’immagine adamantina della band al completo mentre passeggia tra gli immacolati vicoli di Matera in un pomeriggio assordante di luce, li immagino parlare fitti fitti delle loro composizioni oscure (ma non troppo) che sposano appieno il trend dell’ultimo periodo ovvero la contrapposizione in termini tra buio interiore e luminescenze esterne, non a caso alcuni degli artisti più interessanti del genere giungono dagli angoli più assolati del mondo (California e Grecia tanto per citarne due).

Così, tra i grovigli malinconici di pseudo ballad come OvercomeAdvocate of Fate, le incursioni post-punk nude e crude di Good Intentions o Summer in P.A., l’estasi implosa di Not Today, le ruvide digressioni di On Your Plate dal basso portante dove la incontrovertibile maestria vocale di Matteo governa un suono corposo venato di goth, ci si perde in un viaggio emozionale amabile e intenso.

 

Poi arrivano i due singoli di traino, Bittersweet, accompagnato da un video tenerissimo e cinematico, la storia di cinque ragazzini che unendo le proprie piccole solitudini trovano il modo di crescere insieme (saranno loro?) e la super hit Little Empty Head dalle liriche scarne e quasi ossessive che sfociano in uno slogan geniale capace di ficcarsi in testa come un chiodo e non uscirne più “…when you listen to the Sound you realise punk is not dead”, in buona sostanza l’esaltazione di un minimalismo esistenziale come antidoto al culto decadente dell’apparire e alla sterile ricerca di accaparrarsi l’unanime consenso.

Per chiudere la grinta rabbiosa di No.7 dominata da una metronomica sezione ritmica sulla quale appoggia una chitarra affilata come un rasoio e la travolgente bellezza di This Night con tanto di basso portante, voce rapita, chitarra a tratti curiana, batteria impeccabile, immersa in un’atmosfera da sogno difficilmente replicabile, un piccolo gioiello di darkwave, arioso e struggente.

I God in a Black Suit dimostrano carattere, estro creativo, carisma e grande maestria, God in a Black Suit è un debut album  pazzesco.

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