God in a Black Suit: recensione di Thresholds

I materani God in a Black Suit alla seconda prova in full-lenght. Thresholds è un compendio di emozioni vivide e toccanti immerse in un sound esplosivo.

God in a Black Suit

Thresholds

(Missing Fink Records)

post-punk, new wave, alternative

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“Dove si crea un’opera, dove si continua un sogno, si pianta un albero, si partorisce un bimbo, là opera la vita e si è aperta una breccia nell’oscurità del tempo”, questa espressione, divenuta in seguito un aforisma, riassume un concetto illuminato presente in varie opere di Hermann Hesse, focalizzare l’attenzione sulla centralità delle azioni e del ciclico e necessario cambiamento come parte integrante della vita e del tempo.

I God in a Black Suit sembrano proprio rifarsi a questo concetto, nel loro nuovo album riversano dolori, dispiaceri e delusioni alleggerendo il tutto con flebili bagliori di speranza, come aprire una breccia nell’oscurità del tempo dopo aver attraversato tempeste, sentito il dolore attraversare la pelle per mirare dritto al cuore, dopo aver subito perdite importanti, aver smarrito le coordinate e aver temuto il peggio, dopo aver pianto tutte le lacrime del mondo aspettando una mano dal cielo che potesse asciugarle, una ad una, portandosi via ogni pena.

Thresholds, seconda prova in full-lenght del quintetto materano, appena uscito in versione CD (autoprodotto) e in vinile per la label americana Missing Fink Records, esplora, in modo personale e profondamente sentito, il tema della crescita interiore, percorso che prevede l’attraversamento di una serie di soglie emotive, la perdita, il distacco, la rinuncia, l’accettazione sono esperienze comuni al genere umano, ognuna di esse ci prepara alla consapevolezza che cambiare è inevitabile e necessario  perché quando un  percorso giunge al capolinea deve cedere il passo a quello successivo, senza inutili e dannosi immobilismi.

Ma non dovete certo immaginare un lavoro tetro, spettrale o sinistro perché in realtà suona tutto esattamente al contrario, la forza intrinseca e propulsiva del disco e dei GiaBS stessi è focalizzata in una sorta di luminescente dicotomia che viaggia tra ritmi spesso serrati, ritornelli killer, arrangiamenti tondi e testi di enorme spessore, a tratti perfino filosofici.

Tredici nuovi brani (15 con le bonus track) che sottolineano il carattere e l’urgenza creativa della formazione materana, una delle più fresche e originali degli ultimi anni, capace di mantenere il timone dritto in una direzione tenacemente radicata nel post-punk e nella new wave ma sempre più aperta agli scenari alternative e indie, già esplorati nel debut album omonimo.

Un conglomerato di suoni incastrati alla perfezione come un puzzle mastodontico dove ogni tassello trova magicamente il suo posto, il basso ruvido e suadente di Annalisa Laterza domina incontrastato la scena sorretto dalla potenza metronomica del batterista Gianluca Natrella, le chitarre sofferte, sognanti e frenetiche di Bruno Pantone disegnano panorami tridimensionali mentre Pietro De Ruggieri fa da collante con le sue trame magnetiche di synth e tastiere, poi c’è la voce sempre più centrata e matura di Matteo Demma che  interpreta con assoluta maestria le liriche profonde.

Ogni traccia parte da esperienze personali e racconta un passo avanti verso il nuovo, nel bene e nel male, si passa dal desiderio di trasformazione espressa in A New Life “La nebbia si è diradata, l’odore di stantio è sparito, finalmente posso osare”, alla necessità del distacco di To Forget “Ormai ho dimenticato il tuo profumo, ho imparato a vivere senza la tua presenza, ho dimenticato il tuo sorriso, le volte in cui dicevi che le cose andavano bene”, all’impotenza della resa al cospetto delle memorie di I Remember You “…resto qui completamente solo a leccarmi le ferite e contare le mie cicatrici e mi ricordo di te…”, fino alla prostrazione della perdita di Whisper “…non so come tornare indietro, solo per correre di nuovo e cadere, per vederti sorridere come se il tempo non esistesse…” e all’ultimo saluto di End “…non avevamo niente e niente aveva quel suono, ormai, da nessuna parte, quando ti vedo vedo me stesso e sento questo crepuscolo su ogni cosa…”.

I GiaBS sono grandiosi negli episodi aggressive, Goodbye, Sunshine, A New Life e To Forget (primi due singoli estratti), I Remember You e la più storta Together sono delle vere bombe a mano capaci di far muovere anche una salma, seducenti nelle pseudo ballad come la sofferta Whisper, la più malata Dirt o la tenebrosa Breath ma, forse perché ancora non li conoscevo bene sotto questo punto di vista, li ho trovati insuperabili nei momenti più dilatati e intensi, parlo della morbosità avvolgente di End florida di chitarre sublimi e di Thresholds per la quale è difficile trovare le giuste parole perché le emozioni profonde generalmente navigano nel silenzio, il silenzio giusto per immergersi nella sua struggente poesia accompagnata da uno spoken word da manuale.

Se è vero che il secondo album è sempre il più difficile per il percorso artistico e creativo di una band, direi che con Thresholds i God in a Black Suit hanno superato ampiamente la prova…magna cum laude.

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