Eric Clapton: Clapton

Proiettarsi nel futuro ripescando vecchie formule da un vasto e glorioso passato. Ecco a voi Clapton il nuovo lavoro del sempre più maturo blues-man inglese

Eric Clapton

Clapton

(cd, Reprise Records)

blues, soft rock, jazz

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eric-clapton-cd-2010-claptonEric Clapton è giunto alla diciannovesima pubblicazione da solista in studio. Un traguardo notevole, per un artista che definire longevo non è assolutamente fuori luogo. E dopo averci regalato un glorioso passato più ribelle e sonoramente duro (soprattutto nel periodo Cream), continua nel suo divagare fra i generi più adulti della musica “leggera”.

Un ritorno che non si può non gradire, poiché la scena musicale di oggi ha bisogno di protagonisti del suo calibro, ed evidentemente anche lui si sente ancora in dovere di offrire qualcosa all’arte odierna. Un qualcosa che in realtà non intacca, né in positivo né in negativo, la sua aura di leggenda ormai consacrata, frutto delle sue vecchie fatiche.

Quattordici tracce nel nuovo Clapton, di natura varia, seppure non originale, e di qualità mediamente sufficiente per poter far apprezzare il lavoro ai fan di vecchia data ed ai novelli adepti. Due le pecche da riscontrare all’interno dell’album: l’apertura, affidata alla fosca e cadenzata Travellin’ Alone, e il jazz eccessivamente retrò di When Somebody Thinks You’re Wonderful.

Per il resto tanta buona musica, seppure lasci un po’ l’amaro in bocca la relegazione della chitarra ad un ruolo marginale in molte canzoni (insomma, è o non è un lavoro dell’amato “Slowhand”?), ed alcuni brani di ottima fattura: la ballata jazzeggiante How Deep Is the Ocean, il malinconico blues Can’t Hold Out Much Longer, la frizzante That’s no Way to Get Along (grande lavoro strumentale ed in particolar modo, ovviamente, chitarristico) e Run Back to Your Side, blues rockeggiante che ci ricorda molto il Clapton del passato.

Uno spazio a parte meritano due perle offerteci dall’artista inglese, ovvero la dolcissima Diamonds Made from Rain, l’apice emotivo dell’intero album, un pezzo che potrebbe senza troppe difficoltà essere scambiato per un prodotto di Elton John (considerazione che non ne mina di certo l’estremo fascino), e la versione claptoniana dello standard jazz Autumn Leaves, cui il chitarrista affida il finale, con grande merito, visto l’immortalità di tale brano, che non viene assolutamente deturpato dalla delicata voce di Eric, ma, anzi, guadagna in questa cover un assolo di invidiabile pregevolezza.

Non si può parlare di una pietra miliare della musica di tutti i tempi, ma di certo questo Clapton propone sul mercato un qualcosa di gradevole all’ascolto e di alternativo sia ai grandi classici sia ai lavori contemporanei di nuove e vecchie leve. Tuttavia, da quello che probabilmente è stato il più grande chitarrista blues britannico, sarebbe sempre lecito aspettarsi il massimo, una vetta da cui siamo però, con questo album, ben lontani.

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Mauro Abbate
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