Echoes of Silence: recensione di Too Late

Gli Echoes of Silence con Too Late relaizzano un disco debitore di un po' tutta la scena post-punk e darkwave, ma senza per questo rinunciare a un grande temperamento e a un piglio personalissimo.

Echoes of Silence

Too Late

Icy Cold Records

darkwave, post-punk, gothic rock

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Gli Echoes of Silence non sono certo degli sconosciuti, alle spalle contano svariati album autoprodotti e con Too Late vengono reclutati dalla Icy Cold Records. Un acquisto oculato da parte dell’etichetta francese che si guadagna una band ed un album di tutto rispetto in perfetta linea con il genere da lei proposto.

I quattro degli Echoes (Filippo Biagioni Gazzoli alla voce, Paolo Maccaroni alla chitarra, Paolo Careddu al basso e Andrea Orlandi alla batteria) non cercano compromessi, non hanno voglia di seguire nessuna moda del momento; piuttosto gridano al mondo: il nostro sound è antico, affonda le radici nel post punk dei Joy Division dei Killing Joke, nel tribalismo dei Southern Death Cult e nella Cold Wave dei Clair Obscure.

Too Late mostra un grande temperamento, non teme il paragone con queste band, ne prende ispirazione rimaneggiando e plasmando quelle atmosfere sul carattere dei quattro componenti che trasportano la nebbia di Manchester direttamente nella Roma dei giorni nostri.

La voce di Filippo simboleggia un marinaio errante che prende il largo senza vergogna e senza censura.

La bandiera è spiegata, uccidi il tuo Ego, diventa una tigre e ama il mostro che hai dentro. Così recita Around il brano di apertura; un inno alla libertà di espressione e di coscienza, una vela che si issa su una nave che rompe le catene del tempo e dello spazio. La voce declamatoria si erge maestosa e decisa su un incessante ritmo tribale che risveglia il torpore dell’ascoltatore già dalle prime battute.

In Lovers il nostro navigante solitario esplora gli abissi della coscienza, ma non approda su terre soleggiate. Il testo è apro, angustiato, trasuda di sesso feroce, inquietudine e appagamento personale.

Non si resta molto in porto, l’ancora salpa velocemente e rinaviga nuovamente verso mete solitarie.

Se in Lace il tormento mostra la sua forma più pacata e melodiosa, il senso di amara solitudine si fà più profondo in Too Late dove, un drumming incalzante di matrice old british post punk- goth delinea l’altezza delle onde di questo mare tempestoso.

Beside è il brano più intenso, il basso è inquieto, la chitarra alla Cure scava una sconfinata profondità, sottolineando un testo di grande maturità introspettiva. La pregevole produzione riesce a dare spazio ad ogni strumento senza nascondere nessuna sfumatura e colore.

L’ascolto prosegue fluido ed energico passando per Howdove per un momento ho intravisto Jaz Coleman &Co salire sulla nave pirata, e dare il cambio a Ian Curtis in Decide.

Il viaggio si conclude con Endless fall, un brano di ben 9 minuti, che defirlo solo joy-divisioniano sarebbe davvero riduttivo. Qui l’aria è drammatica, cupa , fatalista una caduta inevitabile e consapevole , il pathos è altissimo a degna conclusione di un cammino introspettivo adulto dalle tinte desolate. Se il basso e la chitarra mantengono lo stesso andamento per l’intera durata è proprio la capacità interpretativa di Filippo che fa di Endless Fall una perla rara.

Il timbro vocale è profondo, deciso, con apici di teatralità che sottolineano l’importanza delle singole parole scritte, lasciandoci cosi ad osservare le stelle mentre il mondo annega nel dolore.

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