Dor
The Dream in Which I Die
(Dischi Bervisti)
anti-folk
A due anni di distanza dal debutto ufficiale In Circle, i Dor tornano sulla scena con The Dream in Which I Die, un secondo capitolo discografico che consolida e amplifica l’identità artistica di uno dei progetti più interessanti del panorama post-rock e anti-folk italiano. Nato nel 2019 dalla mente di Francesco Fioretti, questo quartetto marchigiano-abruzzese composto anche da Mario Di Battista degli Ulan Bator, Manuel Coccia e Alessandro Vagnoni di Bologna Violenta e Ronin, firma per la label di culto Dischi Bervisti un’opera di oltre cinquanta minuti che non teme la sperimentazione.
The Dream in Which I Die affonda le proprie radici letterarie nel saggio Pinocchio, un libro parallelo di Giorgio Manganelli, una rilettura filosofica e straniante del capolavoro collodiano. Questa scelta non è casuale: come il Pinocchio di Manganelli diventa specchio inquietante dell’esistenza umana, così le dodici tracce dell’album esplorano territori emotivi oscuri e complessi. I rimandi si allargano alla poesia di T.S. Eliot e ad altri riferimenti letterari, creando una stratificazione concettuale che eleva il lavoro ben oltre la semplice dimensione musicale.
Sul piano strettamente musicale, i Dor tracciano una linea immaginaria che collega la scena di Chicago della Touch and Go Records agli scenari nordici più epici e tenebrosi. Le chitarre dissonanti e taglienti evocano chiaramente gli Shellac di Steve Albini, con quella secchezza matematica e quella tensione sempre sul punto di esplodere. La sezione ritmica, articolata e chirurgica dopo anni di rodaggio live, costruisce architetture complesse che a tratti richiamano le geometrie progressive dei King Crimson.
Ma è nell’incontro tra queste strutture angolari e le melodie vocali ancestrali dal sapore folk che emerge la cifra distintiva del gruppo. Le voci di Francesco Fioretti e Mario Di Battista si intrecciano in linee melodiche che sembrano provenire da un passato remoto, creando un contrasto affascinante con la modernità delle strutture strumentali. Il risultato ricorda l’epicità oscura degli Ulver nelle loro incarnazioni più sperimentali, quando la band norvegese sapeva fondere tradizione e avanguardia.
Registrato, mixato e masterizzato da Sergio Pomante al Noiselab Studio di Giulianova in provincia di Teramo, l’album vanta una produzione dal forte respiro internazionale. Pomante, che nel disco suona anche il sassofono nella traccia The Light Keeper, ha saputo catturare sia la potenza fisica del suono della band sia le sfumature più intime e rarefatte. Il mix risulta spazioso e definito, con ogni elemento perfettamente bilanciato: le chitarre elettriche tagliano senza mai risultare aggressive, il basso di Di Battista sostiene e dialoga, mentre la batteria di Gabriele Uccello scandisce ritmi complessi con precisione millimetrica.
La scelta di affidare il disco a Dischi Bervisti, etichetta di Nicola Manzan nota per la cura maniacale delle proprie uscite, si rivela azzeccata. Il CD digipack è impreziosito dai dipinti originali di Alessandro Vagnoni, batterista della formazione live, che traducono visivamente l’atmosfera sospesa e inquietante della musica.
Definire il suono dei Dor è un’impresa ardua proprio per la ricchezza degli elementi in gioco. Se l’etichetta post-rock è inevitabile per le architetture strumentali e le dinamiche che si espandono e contraggono, il termine anti-folk coglie l’approccio destrutturato alle melodie vocali e quel senso di urgenza espressiva tipico della scena newyorkese dei primi anni Duemila. Ma questi riferimenti sono solo punti di partenza per un suono che è profondamente personale e riconoscibile.
Le dodici tracce dell’album costruiscono un percorso narrativo ed emotivo coerente, senza mai cedere alla ripetitività. Brani come Mangiafuoco e Seabed Empire mostrano il lato più potente e roccioso della band, mentre momenti come Gazing e Icona esplorano atmosfere più sospese e introspettive. L’organo suonato da Fioretti aggiunge texture vintage che amplificano il senso di atemporalità dell’intera opera.
I Dor si inseriscono in una tradizione di rock indipendente italiano che ha sempre guardato oltre confine senza mai rinnegare le proprie radici. La presenza di musicisti provenienti da esperienze come gli Ulan Bator, Bologna Violenta e altri progetti dell’underground nazionale garantisce una solidità esecutiva rara. L’attività live intensa, che ha portato la band sui palchi di tutta Italia tra il 2024 e il 2025, ha affinato ulteriormente il suono, rendendolo ancora più incisivo e personale.
La scelta di Francesco Fioretti di comporre praticamente tutte le musiche e tutti i testi dimostra una visione autoriale forte, ma la dimensione collettiva della band emerge chiaramente nell’interplay strumentale e nelle scelte arrangiative. Non si tratta di un progetto solista mascherato, ma di un vero e proprio gruppo dove ogni elemento contribuisce alla definizione del suono complessivo.
The Dream in Which I Die è un album che non ha paura di osare. Le sue strutture articolate, le dissonanze chitarristiche, i cambi di tempo e le atmosfere oscure potrebbero sembrare elementi di difficile digestione, eppure il disco mantiene sempre una sua accessibilità. Le melodie vocali, per quanto non convenzionali, restano memorabili. Le dinamiche, per quanto complesse, seguono una logica emotiva riconoscibile. È questo equilibrio tra sperimentazione e comunicatività a rendere il lavoro dei Dor particolarmente interessante.
In un panorama musicale italiano spesso ancorato a formule consolidate, i Dor rappresentano una voce fuori dal coro. Il loro secondo album conferma e amplifica le qualità già evidenti nel debutto, mostrandoci una band matura, consapevole dei propri mezzi espressivi e capace di tradurre suggestioni letterarie e culturali in musica senza didascalismi o intellettualismi fini a se stessi.
The Dream in Which I Die è un disco importante per chiunque sia interessato alle derive più creative del rock alternativo italiano e internazionale. La capacità dei Dor di fondere elementi apparentemente inconciliabili – la precisione matematica del post-rock di Chicago con l’epicità nordica, la tradizione folk con le dissonanze contemporanee, la complessità strutturale con l’immediatezza emotiva – ne fa un ascolto imprescindibile.
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