Dean Wareham: recensione disco omonimo

Dean Wareham dopo 30 anni di carriera esce con un album dal titolo omonimo. Un momento intimo per un artista introspettivo e minimale. Un occhio sulla strada e una al lato passeggero, dove è seduta la sua dolce metà

Dean Wareham

s/t

(Sonic Cathedral records)

alternative rock

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Dean WarehamUno dei maggiori esponenti dello slowcore pubblica un album solista e sarò proprio io a parlarvene. La musica di Dean Wareham sino ad oggi non ha trovato posto sui miei scaffali, ma questo non vuol dire che io non possa apprezzarne lo stile rarefatto. E così voi.

D’altronde ci vuole tanta arte a mettere quanto a togliere. E’ semplicemente una questione di scelta stilistica.

Dean Wareham ha una lunga carriera alle spalle, iniziata con i Velvet Underground nel cuore e questo stile minimale e vagamente depresso – lo slowcore appunto- che ha messo in scena con i suoi Galaxi 500. Oggi, dopo una collaborazione con la moglie e un EP solista, finalmente esce con il suo nome.

Questa è una scelta significativa per un artista, che può indicare una messa a nudo del proprio essere o un momento dedicato alla propria personale esperienza. Sicuramente un occhio di Dean era posato su sua moglie mentre scriveva.

L’album inizia etereo come dovuto, con The Dancer Disappears. E prosegue così, senza particolari scossoni.

Da Holding Pattern c’è un parziale risveglio: i piedi dell’ascoltatore iniziano a tenere il tempo, la testa a muoversi.

Con la successiva traccia si continua a vivere la stessa vibrazione, e avvertirete l’odore di qualche goccia di sudore.

L’atmosfera sognante ed eterea dell’album è molto piacevole. Forse all’ultima traccia vi renderete conto di esservi distratti qua e là.

Dean avrebbe parzialmente toppato se l’album cercasse di conquistare il cuore di uno sconosciuto, ma il fatto che abbia messo radici da tempo cambia in parte il giudizio finale. Si tratta di un disco sincero e misurato, di un artista che ha preso ormai una posizione nella vita.

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Dafne Perticarini
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