Bonander: recensione di Things We Don’t Talk About

Bonander è una donna senza catene, libera, decisa a rompere gli schemi e che spinge l'ascoltatore a riflettere su argomenti scomodi, soffermandosi in particolare sull'analisi dell'universo femminile con tutti gli annessi e connessi del caso.

Bonander

Things We Don’t Talk About

(Icons Creating Evil Art)

dramatic pop

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Bonander- recensione di Things We Don't Talk AboutCose di cui non parliamo, cose che rimangono ai margini del nostro pensiero e molto spesso si trasformano in tumori maligni da cui difficilmente riusciamo a liberarci, meglio sarebbe non avere rimpianti e sollevarci, finché si è in tempo, dai fardelli pesanti condividendoli con i vari protagonisti dei nostri percorsi di vita. Bonander lancia un messaggio potente attraverso la poetica visionaria e a tratti ancestrale del suo debutto in full-leght, Things We Don’t Talk About appunto, appena pubblicato dalla etichetta svedese Icons Creating Evil Art.

Ellinor Sterner Bonander, è una donna senza catene, una donna libera, decisa a rompere gli schemi, un’artista a tutto tondo (musicista, arrangiatrice e produttrice) che attraverso la sua personale visione del mondo e delle relazioni umane incoraggia e spinge l’ascoltatore a riflettere su argomenti scomodi, soffermandosi in particolare sull’analisi dell’universo femminile con tutti gli annessi e connessi del caso, il disco però è anche una forte incitazione a rompere l’assordante silenzio nel quale siamo immersi, divenuto per molti una comfort zone inaccessibile ai più.

Tra i dodici brani inclusi spiccano senza dubbio, Annie, omaggio alla prima donna cecchino della storia e Ms. Mitchell, uno dei paragrafi più intensi e convincenti dell’intera produzione, dedicato all’astronoma Maria Mitchell.

Bonander dichiara: Tutti i brani toccano lo stesso argomento, la complessa identità femminile, identità che semplifichiamo, molestiamo, abusiamo e dimentichiamo troppo spesso nella nostra vita quotidiana.

L’album è dominato da una forte componente aulico/oscura sapientemente mescolata ad un attitudine più leggera, i melodici fraseggi dei synth abbracciano la maestosità degli archi, i giri di basso corposi e le voci eteree, l’amalgama partorita è una sorta di nucleo primitivo dal quale scaturisce un universo parallelo lontanissimo dal reale dove tutto è possibile se solo lo si desideri nel profondo.

Al calore analogico di alcuni paragrafi come l’ovattata e nostalgica Backseat o Martha, ballad fortemente evocativa, si contrappone la cupezza di Ms. Mitchell e Silent Lights, molto vicina alla sensibilità di artiste come Anna von Hausswolff o Chelsea Wolfe (quella più soave) mentre la grazia di Ode e Slumber Love si acuisce a dismisura nella confezione scarnificata e quasi anacronistica di Statue, ballad voce e chitarra che fa tornare alla mente vecchie glorie del passato, un sorta di mix tra Nicolette Larson e Emmylou Harris proiettate nel caos dei nostri giorni.

Nota di merito al video di Annie dove Bonander appare in total black a caccia di una figura femminile vestita di bianco con tanto di nastro di seta tra i capelli, nella densità del bosco, tra il verde accecante della natura selvaggia, inaspettatamente si capovolgono le sorti delle due protagoniste, la preda imbraccia un fucile e diventa in un lampo la cacciatrice, la morale della storia è chiara ed univoca, mai sentirsi sicuri, nella vita e tra la gente, perché nel giro di un istante può accadere l’inimmaginabile.

 

Things We Don’t Talk About è un esordio interessante e ricco di spunti creativi non sottovalutabili, purtroppo però devo ammettere che di tutto il disco mi resta solo il sapore intenso di Ms. Mitchell e Silent Lights, entrambe bellissime, affascinanti, praticamente perfette nel loro genere, il resto si perde nella dilatazione di frammenti acustici troppo simili a loro stessi ed è un peccato mortale perché il talento di Bonander è davvero notevole.

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Elisabetta Laurini
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