Aucan: Aucan

L’energico debutto del trio strumentale Aucan - una via di mezzo tra il rock estremo e l’elettronica martellante - non convince del tutto per via di alcune scelte discutibili

Aucan

Aucan

Cd, Africantape/RuminanCe, 2008

hard rock, elettronica


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Gli Aucan – trio strumentale italiano votato ad uno stile senza fronzoli e sfumature – hanno trascorso gli ultimi due anni in studio di registrazione per dar vita al loro primo lavoro sulla lunga distanza.

Aucan è una suite composta da undici movimenti, dove possiamo riscontrare l’attitudine di una band capace di mescolare, con buona efficacia, le sonorità classiche del rock duro (chitarra elettrica, distorsioni, batteria indomita) con gli innesti artificiali del synth. Una musica che potremmo definire “quadrata” dove si bada molto alla sostanza, dalla quale scaturiscono momenti d’autentico furore compositivo (untitled #8) con il drummer Dario Dassenno figura primaria in diverse occasioni, e situazioni come Ac ha b che portano in mente la grande stagione elettronica degli anni ’70.

Restano comunque alcuni dubbi sulle scelte fatte: porre al centro del discorso musicale la continua mescolanza provoca, alla lunga, una certa discontinuità d’ascolto; alcuni suoni, soprattutto per quel che riguarda quelli elettronici, risultano un po’ troppo scontati e prevedibili; l’intero lavoro non si distanzia molto da uno stile che svela in fretta strategie e meccanismi, cosicché viene meno il fattore sorpresa, quel colpo ad effetto che s’attende invano per tutto l’album.

Alla fine è netta la sensazione che il discorso musicale degli Aucan funzioni molto meglio on stage che su disco, dove viene a mancare la profondità e il senso di un’espressione comunque da non sottovalutare.

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Roberto Paviglianiti
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