Arva Vacua: recensione di Tales From Holographic Seas

Con l'EP d'esordio Tales From Holographic Seas, i ravennati Arva Vacua danno vita a un susseguirsi di suggestioni sensoriali e cinematografiche, andando alla scoperta di fondali sonori ancora inesplorati.

Arva Vacua

Tales From Holographic Seas

(Lagnofono Factory)

post-rock, ambient, chill-out, elettronica, soundtrack, folk etnico, tribal, space dub

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“Campi vuoti”, “terre incognite”, così gli esploratori nel XVI secolo indicavano i territori inesplorati e non descritti sulle cartografie conosciute. Questa è la definizione storica di Arva Vacua e, al tempo stesso, l’intenzione concettuale che si racchiude in Tales From Holographic Seas, l’EP d’esordio dei ravennati Arva Vacua, edito per Lagnofono Factory e anticipato dall’uscita del singolo H.O.P.E.

Coniugando le proprie esperienze musicali sotto una commistione di suoni elettro-fluidi e trasversali, gli Arva Vacua – trio composto da Francesco Cellini, Andrea Para ed Emilio Albertoni – danno vita a un susseguirsi di suggestioni sensoriali e cinematografiche dall’ampio respiro melodico e fusion, in cui violoncello, elettronica e percussioni si fondono in una sorta di raccordo umorale tra distensione e inquietudine, andando alla scoperta di fondali sonori ancora inesplorati, di tesori nascosti in luoghi sotterranei della conoscenza, dell’anima, della memoria.

Cinque tracce (Tilda, Nebbia pt.1, H.O.P.E., Nebbia pt.2, Landed, più la bonus track Monica) attraverso le quali gli Arva Vacua si proiettano alla volta di sofisticate ambientazioni concepite in chiave interamente strumentale, al cui interno si condensano abissi emozionali e profonde malinconie, contraendosi e diradandosi tra spazi sconfinati e stratificazioni contrastanti, tra landscapes crepuscolari ed impercettibili bagliori di luminosità, in cui le nebbiose atmosfere dell’elettronica dub e chill-out si mescolano alle roventi influenze folk-etniche di origine anticiclonica afrobeat, per poi dissolversi delicatamente in amniotiche e riverberate luccicanze di psichedelia post-rock, fino a trasformarsi in musica sinfonica per colonne sonore.

 

Così, rievocando moderni ologrammi di fattura Explosions In The Sky, Trent Reznor, Mono, Sigur Rós e Bir Tawil, Tales From Holographic Seas si fa metafora di un viaggio intimo, introspettivo, intenso, intrigante e seducente, che dalle desolazioni allucinogene del deserto si trascina nelle acque inquinate della contemporaneità, nelle emergenze ambientali di un mondo segnato dagli effetti collaterali della pandemia, dai cambiamenti climatici, e intossicato dalle controverse dinamiche del consumismo, dalle microplastiche che minacciano la fauna marina e dalla frustrazione di non riuscire a intravedere alcun orizzonte di speranza e ripartenza.

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