Antonio Aiazzi – Gianni Maroccolo: la recensione di Mephisto Ballad

Antonio Aiazzi e Gianni Maroccolo. Due nomi che rimandano a piacevoli ricordi per gli appassionati di rock italiano. Mephisto Ballad non è assolutamente un album facile o di immediata fruizione.
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Antonio Aiazzi – Gianni Maroccolo

Mephisto Ballad

(Contempo)

dark, new wave

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aiazzi-maroccolo-recensione-mephisto-balladFa immensamente piacere (ri)vedere insieme, dopo la separazione con i Litfiba, Antonio Aiazzi e Gianni Maroccolo. Il solo binomio fa rispuntare negli appassionati della musica rock italiana piacevoli ricordi e tante certezze (i primi tre dischi della band fiorentina) che non potranno mai essere scalfite dal logorio di un tempo che passa inesorabile.

Detto questo, bisogna anche fare una premessa importante. Mephisto Ballad non è assolutamente un album facile o di immediata fruizione. È, invece, un lunghissimo viaggio sperimentale, buio, oscuro, pieno di sensazioni, a volte, angoscianti che deve essere ascoltato con la massima attenzione se lo si vuole capire sino in fondo. Ed è proprio qui la sfida e non tanto perché i due signori abbiano qualcosa ancora da dimostrare (ci mancherebbe).

Il problema è che in un mondo come quello attuale, dove tutto corre e viene frullato con una velocità supersonica, un lavoro come questo è davvero un atto di immensa sfrontatezza e verace coraggio, visto che qui dentro è impossibile skippare o mandare avanti il CD con il semplice tasto del telecomando.

In questo caso i due amici vogliono, giustamente, regalare emozioni, come a volere dire che la musica va ascoltata, gustata e apprezzata in ogni minima sfaccettatura, lasciandosi andare e non ponendo barriere di alcuna sorta. In un gioco sonoro di qualità come il suddetto, in cui è soprattutto il piano di Aiazzi a recitare un ruolo di protagonista assoluto, ci si tuffa nella famosa Mephistofesta, a partire dall’iniziale E.F.S., lunghissima suite che mette i brividi per come è approcciata dal duo, abile a cucire tessiture musicali mai banali e ricchissime di pathos.

Streben, che vede la partecipazione di Flavio Ferri, ha una base granitica in cui ci sono distorsioni chitarristiche a caricare l’atmosfera di nubi plumbee e grigie. In questa traccia, più che in altri episodi del disco, si sente fortemente il percorso intrapreso da Maroccolo con i suoi Alone I, II, III e IV, a dimostrazione di come il bassista sia ancora in una fase di assoluta ispirazione.

Det Sjunde Inseglet è, invece, un piccolo intermezzo di due minuti che introduce l’ottima Das Ende, una vera e propria perla. Potrebbe essere definita come la classica quiete dopo la tempesta, grazie al sapiente tocco di Aiazzi che dimostra, casomai ve ne fosse ancora bisogno, di essere uno dei tastieristi più geniali mai partoriti dall’Italia rockettara. Il suono del suo piano mette pace, nonostante qualche intromissione di loop ed effettistica partorita dal buon Flavio Ferri. In pratica il capolavoro del disco è questo e si erge su tutto il resto.

Si potrebbe già da ora mettere la parola fine, ma sarebbe ingiusto. La quiete creata in precedenza viene prontamente disturbata da Die Ballade Von Mephisto, pezzo che incute turbamenti all’inizio, ma che si apre in uno squarcio melodico che non può lasciare assolutamente indifferenti. In questo caso siamo ancora una volta nel campo dell’eccellenza, tanto per rimanere in tema con l’altissima validità del summenzionato prodotto.

Die Laster è, probabilmente, l’episodio più nero del lotto, a cui si contrappone la title track con il suo giro di pianoforte già presente nei solchi di questo disco. Aiazzi gioca un ruolo da protagonista, visto che continua ad inventarsi senza soluzione di continuità giochi melodici di spessore altissimo.

Tutto questo fa da epilogo alla conclusiva Doppelanger, che è un altro momento di completa ispirazione che non ammette cedimenti dall’inizio sino alla fine.

Cosa altro c’è da aggiungere? Nulla, a parte che bisogna semplicemente rendere GRAZIE a due musicisti che hanno dato tantissimo alla musica nostrana e che meriterebbero un applauso infinito. Di certo, questo è un bellissimo modo per onorare quaranta anni di storia e fortissima amicizia tra due mostri sacri come Aiazzi e Maroccolo. Che Dio vi benedica.

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Francesco Brunale
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