Amplifier: la recensione di Gioia Vuota

Marco Nicolini, oltre a essere un artista a tutto tondo, è l’anima di questo progetto a nome Amplifier. Gioia Vuota è un disco particolare che va ascoltato lentamente e con grande attenzione.
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Amplifier

Gioia Vuota

(Ultrasoundrecords)

rock

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amplifire-recensione-gioia-vuotaMarco Nicolini, oltre a essere un artista a tutto tondo, è l’anima di questo progetto a nome Amplifier. Gioia Vuota è un disco particolare che va ascoltato lentamente e con grande attenzione, dal momento che non fa dell’immediatezza la sua caratteristica principale.

Tra elementi indie tipici del rock inglese dei primissimi anni novanta (scena di Manchester) e contaminazioni che ondeggiano tra Deus e Blonde Redhead, questo lavoro ha, comunque, connotati legati anche alla musica italiana, soprattutto se si pensa a band come Soon o Baustelle.

Una delle sue caratteristiche principali sono i brani strumentali come la title track e Obssession che hanno spunti davvero interessanti, con la seconda che addirittura contiene elementi tribali che riportano al primissimo Santana.

Settimane, che non è la canzone dei summenzionati SOON, è un omaggio agli U2 di Boy, mentre Strisce Bianche ha un mood cadenzato. La voce di Laura Franzon si incastona il più delle volte con quelle maschili e questo riporta a certe atmosfere sognanti che, però, sono lontane dagli intrecci vocali che regalavano gli Scisma con Armstrong.

Ci sono poche cadute in seno a questo disco, visto che il livello compositivo è sempre più che buono, come si può notare in V.a.l.i.s. che ha nelle chitarre acustiche sicuramente il suo tratto caratterizzante.

Controllo – che chiude questo lavoro – è un’altra perla che mette in evidenza la bravura di Marco Nicolini, abile a creare dei piccoli affreschi sonori che crescono ascolto dopo ascolto.

 

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Francesco Brunale
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