Synaesthesia: recensione disco omonimo

L’ascolto dell’omonimo disco di debutto dei Synaesthesia è una totale immersione in quell’universo progressive fatto di sintetizzatori, schitarrate distorte e ritmiche dinamiche

Synaesthesia

s/t

(GEP)

progressive, prog metal, rock elettronico

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SynaesthesiaL’ascolto dell’omonimo disco di debutto dei Synaesthesia è una totale immersione in quell’universo progressive fatto di sintetizzatori, schitarrate distorte e ritmiche dinamiche caro ai fan di gruppi come Porcupine Tree e che ultimamente sta tornando parecchio di moda. Nel suo insieme l’album si dimostra un buon prodotto, ben movimentato dalla capacità tecnica di cinque musicisti che, seppur molto giovani, sanno sfoderare ottime abilità tecniche ed arrangiamenti strumentali e vocali ben studiati.

La traccia d’apertura, Time, tension & intervention, inizia con un’orchestrazione di voci e synth che un po’ rimanda ai Muse di Absolution; la partenza soft sfocia in una serie di riff e di esplosioni prog rock che si muovono sapientemente su delle interessanti ritmiche irregolari: il brano è veramente buono, dinamico, ricco di sorprese e di atmosfere differenti, ma ha la pecca di essere decisamente troppo lungo: 22 minuti e passa ci possono stare per il genere proposto, ma scegliere una simile durata per aprire un disco è un bell’azzardo: il tentativo di partire in quarta è decisamente coraggioso, ma il motore era ancora un po’ freddo.

La rullata di batteria ed il riff che introducono Sacrifice risvegliano un po’ dallo stato di trance causato dalla lunghissima traccia precedente: il pezzo è gradevolmente Rock, scorrevole, trascinato da un bel muro di suoni e da scelte ritmiche stabili e solide. Il vocalist svolge bene il suo ruolo senza strafare (come spesso capita in casi come questo), mentre il batterista si lascia andare a vere e proprie esplosioni pirotecniche di virtuosismo. Il brano successivo, Noumenon, è uno strumentale in cui il synth torna prepotentemente a reimporsi e che strizza l’occhio ad atmosfere proposte nella canzone d’apertura, ma in modo molto scorrevole e sintetico…anche se a tratti si perde un po’ in momenti da film americano anni ’80!

Il groove quasi doom che introduce Epiphany, vero primo “dunque” dell’album, si trasforma in un ottimo connubio di atmosfere oniriche e futuristiche che regolarmente sfociano in un riff da headbanging; questo pezzo è veramente ottimo, ben fatto e ricco di movimento.

Anche Good riddance è una bella canzone: molto più orecchiabile di quanto ascoltato sinora, dotata di una solida struttura e una vocazione molto più elettronica (voce compresa); l’influenza dei Muse torna a fare capolino ma non in maniera ingombrante. Più o meno su questa linea si muove la martellante  Technology Killed The Kids , strumentale schizofrenico che però non offre molto di più, se non una ulteriore dimostrazione dell’ottima preparazione tecnica dei musicisti. Intendiamoci, il pezzo è buono ma…era evitabile! Infonde un po’ di monotonia e sembra messo lì tanto per avere tre minuti in più che, in fin dei conti, non erano necessari.

Life’s What You Make Of It è, come suggeriscono sia il titolo che il testo, una traccia dal sapore decisamente più epico inizialmente e rifelssivo in seguito, come ben ci si aspetta dalla chiusura di un disco del genere. Forse, la canzone migliore.

Cosa rimane dopo l’ascolto di Synaesthesia?

Certamente la consapevolezza di aver ascoltato un prodotto davvero ben fatto, eseguito magistralmente da musicisti e produttori molto preparati. L’unica pecca è, forse, una leggera monotonia causata dall’assenza di un momento che faccia davvero balzare l’ascoltatore dalla sedia. Però, tutto sommato, come esordio non è niente male: si tratta di qualcosa che i fan del genere possono comunque tranquillamente prendere in considerazione.

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Alessio D'Elia
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