The Seven Mile Journey: Notes for the Synthesis

Nuovo album per i danesi The Seven Mile Journey: un'ottima prova di sintesi, come ci suggerisce il titolo, di tutto ciò che il post-rock ci ha regalato in questi vent'anni (circa)

The Seven Mile Journey

Notes For The Synthesis

(CD, Fluttery Records)

post-rock

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The Seven Mile Journey- Notes for the SynthesisIl post-rock è un genere per la gente che c’ha un cuore grande grande” [Dario Iocca].

Quando si ascolta un disco facente parte del filone post-rock i primi paragoni che si vanno a cercare, naturalmente se giustificabili, sono con band del calibro di Godspeed You! Black Emperor, Explosions In The Sky e Mogwai. Se si riscontrano evidenti elementi di una sola di queste tre band, in molti senza troppe remore si sentono in diritto di urlare al plagio (alcune volte a ragione, ma molto spesso si esagera). Ma come la mettiamo se non una, ma tutte e tre le band sopra citate sono tirate in ballo dall’ultimo disco dei The Seven Mile Journey?

Molto spesso si specula assai sui dischi, e soprattutto su quelle band che fanno del rock strumentale e dilatato il loro fregio. I casi sono due: o GY!BE, Explosions e Mogwai hanno già detto tutto quello che si poteva dire, o il panorama post-rock ci rifornisce di musicisti di poca personalità ed ingegno. In realtà nessuna delle due cose può essere vera; quelle band avranno detto molto, ma non hanno assolutamente detto tutto, e ciò ci viene confermato da gentaglia come Sigur Rós e Neurosis che, lontani da qualsiasi sorta di purismo, fanno della contaminazione il loro assoluto punto di forza, fondendo le strutture “post” più canoniche con elementi folk, hardcore, metal e chi più ne ha più ne metta. Questa affermazione, a mio avviso, basta a smentire entrambe le imputazioni iniziali.

Ma i The Seven Mile Journey sono un caso particolare, un caso davvero strano.

Band danese, uscita allo scoperto in via ufficiosa nel 2001 con una demo ed in via ufficiale dal 2006 con due dischi, nel nostro 2011 pubblica Notes For The Synthesis, che consta un notevole processo di maturazione rispetto al pur buono The Metamorphosis Project del 2008. Se infatti l’ultimo lavoro, nonostante regalasse ottimi spunti, risentiva un po’ del peso dei GY!BE, scadendo davvero nel plagio durante l’ultima parte, la loro nuova creazione riesce perfettamente ad amalgamare questo spirito reverenziale nei confronti dei canadesi e di altri in una miscela che col plagio, sinceramente, non ha nulla a che fare.

Il procedimento dialettico/catartico dei brani (tesi, antitesi, sintesi), ricorda molto quello dei Godspeed: la stasi iniziale (tesi), il crescendo quasi caotico ed estenuante (antitesi), e la fusione di questi due elementi con un ritorno alla stasi (sintesi) è piuttosto evidente; è questa la falsa riga che il disco segue per tutti i suoi sessanta minuti, è questa la sua struttura, la sua impostazione. L’esecuzione invece risente sì della band di Montreal, ma anche degli Explosions In The Sky (soprattutto nella perizia e nella ricercatezza dei particolari) e, udite udite, anche degli Have A Nice Life (le linee di piano sempre in evidenza durante tutta la durata dell’album danno quel quid di gotico tipico di Deathconsciousness). Dei Mogwai è invece presente quella linea malinconica che denotava la band scozzese soprattutto agli inizi; quell’alone di tristezza, di mancanza, di insufficienza che ha reso i Mogwai campioni del genere. Insomma: struttura, esecuzione e feeling rimandano a qualcos’altro.

Eppure c’è qualcosa di profondamente personale in questo disco, di sinceramente autoctono. Nulla di oggettivo, per carità, nulla che salti subito all’orecchio dell’ascoltatore. Ma il modo in cui i vecchi canoni vengono ripresi, mescolati e riproposti dai danesi è notevole, denota grandi capacità. Non sarà certamente un disco indimenticabile, una pietra miliare della musica, ma per gli amanti del genere può rivelarsi davvero un piacevolissimo passatempo.

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Stefano Ribeca

Giovane bello ed intelligente.

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