Supercharger: Broken Hearts and Fallaparts

I rockers danesi Supercharger tornano in scena con Broken Hearts and fallaparts, terzo album: una vera e propria overdose di Rock n’ Fucking Roll!

Supercharger

Broken hearts and fallaparts

(Gain Music)

hard rock, rock and roll, sleazy rock, hardcore

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Supercharger- Broken Hearts and FallapartsSe dal terzo album della rock band danese Supercharger vi sareste aspettati una potenza di suoni devastante unita all’amore per il divertimento più rockettaro e alla voglia di cavalcare una Harley Davidson sulle strade dei canyon americani, allora Broken hearts and fallapart non deluderà le vostre aspettative.

L’offensiva iniziale Like a pitbull è un perfetto antipasto: un attacco a’la Motorhead, con ritmiche punkabbaestia che vanno dallo speed-thrash allo sleazy rock più duro, accompagna un groove potentissimo e una forza vocale veramente notevole; come suggerisce il titolo, il brano è un pitbull incazzato nero che corre e ringhia minaccioso e deciso (senza riferimenti a tipi ben vestiti e senza capelli che confondono il circondarsi di puttane con il fare musica…ok, questa era gratuita!).

In Supercharged l’americanismo estremo si tinge un po’ più di colori scandinavi: il suono raschia come una carta vetrata e sembra dirti in continuazione “Schiaccia quel cazzo di acceleratore”, così come in Blood red lips, in cui l’atmosfera torna, in maniera camionistica, decisamente a stelle e strisce, con chitarre che offrono gustosi passagi di slide ed il cantante che dimostra grande versatilità vocale mentre spara allusioni sessuali. Le martellanti ritmiche offrono un impatto solido e devastante: sembra che gli Aersomith, i Motley Crue e gli Alter Bridge facciano a botte dopo una serata di sbornie.

Hold on Buddy non concede tregua: il rock è  sparato a raffica senza pietà e fa venire voglia di saltare durante un concerto con la birra in mano che schizza addosso a te e a chi ti sta intorno, mentre durante Five hours of nothing sembra di vedere i Rolling Stones a trent’anni vestiti da camionisti e fatti di anfetamina.

Bellissimo il lavoro dei chitarristi in Yeah Yeah Yeah, brano in cui la voglia di scatenarsi si fa più viva che mai e in cui spunta, a sorpresa, un solo di armonica: una di quelle cose che potrebbero sembrare scontate ma che ti fanno pensare che sia una buona idea.

Una curiosa musica da circo con tanto di pubblico in sottofondo introduce uno dei pezzi più riusciti dell’album, Suzi the Uzi: l’esplosione di rock è attesa ma l’effetto funziona comunque alla grande, mentre i cori femminili nei ritornelli (che un po’ rimandano a Mobscene di Marilyn Manson) sono più che efficaci.

L’intro country western di Hung over in Hamburg lascia pensare ad un momento di pausa, ma le cuffie tornano a surriscaldarsi con la Potenza Hard rock , e l’atmosfera è quella di un saloon pieno di rockettari in preda ad un delirio in pieno stile Sex, Drugs & R.n’R.

Lo scatenato Rock and roll di matrice fortemente Zeppeliniana di  Get What You Deserve fa venir voglia di praticare air guitar scuotendo la testa , soprattutto nella seconda parte in cui la foga raggiunge picchi metallari, mentre nel punk scatenato di The crash si assiste ad una (riuscita) svolta più melodica nelle vocalità.

Dopo l’inseguimento con sparatoria di From the gutter arriva, inesorabile, il lentone finale: sinceramente me l’aspettavo, ma visto il modo in cui il disco scorre dalla prima all’undicesima traccia, non si tratta di una scelta poi così scontata: Goodbye Copenhagen è un gradevolissimo rock/country/blues acustico in cui i musicisti salutano il pubblico con il gustoso bicchiere della staffa, dopo il quale si lascia il Rock bar forse un po’ troppo sbronzi, ma soddisfatti.

Per usare un paragone caro agli Ac/Dc,  Broken hearts and fallapart è come la bottiglia di Whisky che, o tieni chiusa, o scoli fino all’ultima goccia: niente di innovativo o di particolarmente originale, ma va bene così: ascoltare dischi come questo da la conferma che il buon rock non stanca mai chi lo ama. Pertanto, se amate viaggiare in macchina con una colonna sonora fatta di hard rock sporco e cattivo, vi consiglio di tenere un posto nel vostro porta cd per il terzo album dei Supercharger. Non ve ne pentirete.

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Alessio D'Elia
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