Sting: The Last Ship

Sting torna, dopo dieci anni, a pubblicare un album di inediti: con The last ship, futuro musical, esplora il mondo di operai navali irlandesi del secolo scorso servendosi di ballate acustiche dal sapore folk

Sting

The Last Ship

(Cd, Universal)

Folk, Pop

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Non in pochi si erano entusiasmati per il reunion tour dei Police andato in scena nel 2007/2008; ad infiammare ancora di più gli animi il ritorno al rock, quest anno, del loro leader Sting, che con il Back to bass tour, a luglio scorso, ha toccato anche l’Italia. Erano dunque in molti ad auspicare un nuovo album in cui l’artista irlandese, 62 anni il prossimo 2 ottobre, si sarebbe potuto riaffacciare alle sonorità tanto care ai fans di vecchia guardia; altrettanti speravano addirittura in un ritorno in studio dei Police, tipica ipotesi tanto allettante quanto improbabile.

Nulla di tutto questo è successo.

The last ship, nuovo album di Sting distante dieci anni dal precedente Sacred Love, è un disco composto quasi esclusivamente da ballate acustiche ed orchestrali, in cui l’ex Police si cimenta in musiche folkloristiche dal gusto particolarmente irish.

Anche se qui di seguito verrà recensito semplicemente come il nuovo disco di Sting, bisogna dire, a rigor di cronaca, che The last ship è, in realtà, la sound track di un musical – scritto dallo stesso Sting – che inizierà ad essere presentato nei teatri a partire dall’estate del 2014. La storia, basata su fatti realmente accaduti e palesemente ispirata ai recenti avvenimenti del mondo economico (qui in Italia ne sappiamo qualcosa), narra la chiusura dei cantieri navali della Newcastle che ha visto l’artista bambino. Dunque è logico che l’atmosfera principale del disco, come è giusto che sia, non è delle più allegre.

Sting non smentisce la sua natura di musicista particolarmente poliedrico e versatile, capace di immergersi in diverse atmosfere componendo musica di ottima fattura, e il suo folk è ben studiato, ben arrangiato e ottimamente prodotto. La Title track, costruita su di un ritmo ternario, e la successiva Dead man’s boots suggeriscono l’atmosfera Irish, un po’ smorzata dall’ottima bossanova di And yet, in cui si riassapora lo Sting più jazzistico; August wind non è particolarmente rilevante, ma è un buon brano riflessivo e poetico, con atmosfere vocali che ricordano, a tratti, un certo periodo di Elton John.

Più degne di nota, in questa prima metà, sono Language of birds, dall’atmosfera misteriosa e coinvolgente in cui il cantante si trasforma in un vero e proprio cantastorie, e la ballata pianistica Pratical arrangement, intensa e romantica.

In The night the pugilist learned how to dance torna il ritmo ternario, stavolta piuttosto danzante (come suggerisce il titolo), e l’atmosfera è ben coerente con il resto, pur essendo più tendente al parigino che all’irlandese, mentre la successiva Ballad of the great eastern torna a percorrere la strada iniziale dell’album. L’Irish Folk diventa prepotente e più dinamico in What have we got, quasi celtica, in cui è presente, finalmente, un po’ di movimento: una tipica canzone che ci si immagina in un pub irlandese, il cui ritmo invita l’ascoltatore a battere le mani o a ballare sul tavolo. L’atmosfera torna a calmarsi con I love her but she loves someone else, forse la più bella ballata del disco: un’atmosfera calda e pacata simile ad un Valzer suonato alla luna.

Segue So to speak, altro lento, cantato in duetto con Becky Unthank. Chiude un reprise del brano iniziale (non male in effetti l’idea di chiudere da dove si era iniziato; qui ci può stare).

Non è certo un caso se Sting vanta fama di grande musicista e compositore: non c’è assolutamente dubbio sulla qualità delle sue composizioni, sul suo modo di fare musica o sulle sue intuizioni negli arrangiamenti. Queste canzoni sono senza dubbio bei pezzi, soprattutto a livello chitarristico e orchestrale. “Ma allora – vi starete chiedendo – che c’è che non va?” Ciò che non va è che, nonostante l’indubbia qualità dei singoli brani, il disco nell’insieme, alla lunga, stufa: tolti i pochi momenti davvero degni di nota, l’atmosfera dopo un po’ si fa ripetitiva, la maggior parte dei brani segue troppo a lungo lo stesso filo conduttore. Sarebbe ingiusto ed esagerato dire che, finita l’ultima traccia, si tira un sospiro di sollievo, ma di certo non si riascolterebbe tutto dall’inizio. Sicuramente questo disco potrebbe piacere a chi ama particolarmente i brani lenti; sicuramente il musical sarà interessante; ma a mio avviso, trattandosi di un Artista del calibro di Sting, credo che ci si sarebbe potuti aspettare molto, ma molto di più.

P.S.: La versione deluxe contiene in più un secondo cd con i seguenti brani: Shipyard (featuring Jimmy Nail, Brian Johnson and Jo Lawry), It’s Not The Same Moon, Hadaway, Sky Hooks And Tartan Paint (featuring Brian Johnson), Show Some Respect. La versione super deluxe contiene oltre ai due cd della deluxe edition i seguenti brani: Jock The Singing, Peggy’s Song (featuring Rachel Unthank), Practical Arrangement (Full original duet, featuring Jo Lawry) e Welder.

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Alessio D'Elia
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