Sharazad: recensione disco omonimo

La musica come catarsi, autoanalisi, introspezione, viaggio nel proprio dolore. Non è una novità, sono tanti gli artisti che hanno inteso così la propria opera. È questo il caso pure degli Sharazad

Sharazad

s/t

(Lady Blue)

indie rock, rock d’autore, experimental

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Sharazad epLa musica come catarsi, autoanalisi, introspezione, viaggio nel proprio dolore. Non è una novità, sono tanti gli artisti che hanno inteso così la propria opera. È questo il caso pure degli Sharazad, band indie della provincia milanese composta da tre ragazzi, tre amici: Alessandro Moroni (chitarra elettrica/effettistica/synth/mandolino), Diego Defranco (chitarra elettrica/tastiere/synth/batteria/voce) e Federico Uluturk (chitarra elettrica e acustica/basso/synth/organetto/voce).

Il loro omonimo Ep d’esordio si compone di quattro tracce: Dinamiche, Il male che fa, Agosto e Arvo. L’ambientazione è cupa, triste, rassegnata. La voce mesta accompagna il dolore che esprimono le note. Il lavoro funge quasi da espiazione, come se i tre amici musicisti volessero sorreggersi l’un l’altro esprimendo la propria arte. È un rock un po’ cantautorale, piuttosto in linea con la scena indie italiana versante dark nichilista, un po’ Afterhours o Le Luci della Centrale Elettrica ma con più pessimismo. Non a caso il singolo scelto è Il Male che fa, un titolo eloquente che non lascia spazio ad equivoci e non tradisce le intenzioni quando poi lo ascolti.

È evidente anche la voglia di sperimentare, specie l’ultima traccia, Arvo, che risulta un tentativo ambizioso di riproporre in chiave moderna sonorità psicotiche tipicamente anni ’70 mescolate con sinth, strati di loop, sintetizzatori vintage, beat elettronici minimi ed esperimenti di vario tipo che fanno da base ad una voce sussurrata la quale si fa impercettibile racconto.

Non è un disco facile, per nulla commerciale, va riconosciuto agli Sharazad di aver realizzato un’opera concettuale, pensata e fortemente voluta secondo i loro propri ideali. Quattro tracce omogenee, sconsigliate magari come soundtrack da colazione, ma assolutamente sincere nella loro profonda essenza noir.

 

 

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Angelo Marzella
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