Ryan Bingham: Roadhouse Sun

Il cowboy Ryan Bingham da alle stampe l'atteso secondo disco Roadhouse Sun, mentre c'è già chi lo definisce il nuovo Townes Van Zandt o lo vede come una sorta di Springsteen di frontiera.

Ryan Bingham

Roadhouse Sun

(Cd, Lost Highway/HumpHead)

country rock

________________

roadhousesunCome può suonare il disco di un texano che ha passato metà della sua vita a zonzo tra cittadine impolverate e rodei, che imparato a suonare la chitarra da un mariachi e che è stato prodotto dall’ ex Black Crowes Marc Ford?

Semplice suona come Roadhouse Sun di Ryan Bingham.

Ryan è giunto alla sua seconda prova discografica, in verità in precedenza c’erano stati altri tre disci, ma essendo autoprodotti sono rimasti tra le pieghe della sterminata discografia fai da te americana.

La musica di Bingham è una sorta di country di frontiera, impolverata e sanguigna, l’immaginario che rievoca potrebbe correre il rischio di sembrare macchiettistico, se non fosse per il fatto che i temi cantati da questo ragazzo fanno parte di una buona fetta della sua vita, passata tra zingarate per cittadine di provincia, notti sui retro dei camion e strimpellate nel saloon di suo zio.

Dall’autoprodotto Wishbone Saloon del 2003 passando per Mescalito del 2007, sino a quest’ultimo Roadhouse Sun, la crescita è evidente.

Ryan con il  tempo sta lentamente mollando il country più tradizionale, a base di chitarre spazzolate e violini, per arrivare ad una musica di più ampio respiro, con i tratti marcatamente sudisti, ma ad ogni modo abbastanza convincente e diretta da poter essere esportata all’infuori del sud americano, il tutto cantato con una voce roca e navigata che non tradisce i sui ventotto anni.

Anche in questo lavoro, tornano le lap steel, le resofoniche con slide annesso, qualche violino, ma emergono anche trame più aperte, come su Dylan’s Hard Rain e convincenti momenti da cantautore Snake Eyes, sino alle atmosfere più southern di Bluebird.

Certo, brani come Roadhouse Blues faranno giusto sorridere gli ascoltatori lontani dalle atmosfere da balera, ma la conclusiva Wishing Well lascia sulla bocca il buon sapore di un disco goduto e convincente.

I paragoni che saltano in mente sono lo Steve Earle più torrido o un Ry Cooder che incontra Springsteen in una pompa di benzina sulla strada per San Antonio.

Forse un leggero passo indietro rispetto al precedente Mescalito, che aveva il pregio di essere più fresco e di usare gli stivali impolverati e il capello calato sul volto in copertina come pretesto per esternare le esperienze accumulate sino ad allora.

Ma si sa, il secondo disco è sempre il più difficile.

Gli ultimi articoli di Dario Baragone

Condivi sui social network:
Default image
Dario Baragone
Articles: 18