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RSO (Richie Sambora + Orianthi)

AGab 30 settembre 2017 Recensioni Cd, Video
RSO (Richie Sambora + Orianthi) Rise

RSO (Richie Sambora + Orianthi)

Rise

(BMG)

pop, rock

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RSO (Richie Sambora + Orianthi) RiseC’è un pezzo nell’ultimo album dei Bon Jovi in cui il capo cantiere canta “scrivi le tue canzoni… inizia la tua rivoluzione e ci vediamo alla reunion”.
E dopo tre anni eccoli, finalmente, i primi fuochi della rivoluzione.

Ecco Rise, il primo lavoro del neo Richie Sambora e della sua nuova partner in crime (e in life) Orianthi, biondissima (ex) chitarrista del King of Pop, disco che esce a firma RSO.

E questo primo EP è molto più vicino a Michelino che non ai trascorsi fasti rockettari del Panzer Richie.

I commenti che si rincorrono e si affogano sui social sono fuorvianti e spesso insulsi, lo zoccolo duro si divide in due tronconi e quello nettamente più grande, ovviamente (!), annovera i fan che per partito preso stanno col leader Maximo e vivono il nuovo presente di Sambora come alto tradimento e lesa maestà.

Quindi ho sentito l’architetto Tommy, bindella metrica in una mano e Stratocaster nell’altra, forse il più grande esperto italiano di Mr. Sambo, e gli ho proposto questa recensione a quattro mani.

Let’s go…

Fresco, non innovativo, ma certamente fresco. Produzione ricercata e suoni (finalmente) ben identificabili e curati. Poca chitarra, ma azzeccata, melodie ben studiate, molta batteria elettronica e qualche incursione nei ’60 rendono questo EP un gradevole scorcio sul futuro di RS(+O) e gettano interessanti basi per il disco vero, che dovrebbe necessitare di ancora qualche mese di attesa.

Non credo sia giusto pretendere uno Stranger in This Town (1991) e forse nemmeno un Aftermath of The Lowdown (2012), per il semplice motivo che il Sambora che compose Father Time ha oggi 25 anni in più (oltre che 25 chili in più!) ed è ormai un’altra persona. Il dolore, la tristezza e la rabbia che (in parte) hanno contribuito ad allontanarlo dai Bon Jovi sono serviti a creare quella meraviglia di Aftermath… ma sono ormai svaniti, fortunatamente per la sua anima.

Oggi è diverso, oggi è RSO, oggi non sono più Kramer col Floyd Rose e stelline o Super Strat, oggi non si usano più le tonalità di 20 anni fa e oggi si prova, con un po’ di goffaggine ma tanta buona volontà, a creare qualcosa di nuovo, ammiccando comunque sempre al passato che ci ha portato qui.

E se l’essere umano non fosse dotato della straordinaria capacità di evolversi, si sarebbe estinto migliaia di anni fa. O magari sarebbe sopravvissuto pure, ma girando ancora con la pelle di mammut sulle spalle sarebbe anacronistico e impacciato, e anche un po’ ridicolo, a Subaugusta, a Loreto e anche a Rodeo Drive e Times Square. No?

RSO – Rise – Track by track:

Thruth: splendida ballata a base di piano. Gli accordi preferiti da RS (si, sono sempre gli stessi 4 da anni, in tutte le salse!) ci stanno sempre e ci puoi anche canticchiare sopra You Can Only Get So High, se proprio vuoi. Ma stavolta ci allontaniamo dai ricordi bonjoviani per tentare un approccio più fresco e moderno, strizzando l’occhio alle “Mille Ragioni” di Lady Gaga, spartendo le melodie dei cori tra RS ed Ori in maniera estremamente naturale, con la voce principale all’unisono, fino a quando finalmente Ori prende il volo, salendo di una terza alla fine del pezzo. Si sprecano le quarte alla fine dei ritornelli e danno quel giusto senso di romanticismo e un pizzico di malinconia al brano.

Good Times: un bizzarro incrocio tra Sweet Home Alabama (nella versione di Kid Rock), un pizzico di Who Says You Can’t Go Home e una imprevedibile quanto inspiegabile incursione di rap. E chi se l’aspettava? È allegra, è scanzonata, è una gita al mare sulla Mini Cooper con gli amici e la capote aperta che fa entrare il sole sul cruscotto. L’arbre magique è al cocco e sa di strabuzzanti roller girls in bikini e di libertà giovanile, che tanto ci inizia a mancare. Poteva tranquillamente essere un tormentone alla Sheryl Crow con la tavola da surf stile Soak Up The Sun, invece ha una produzione importante piena zeppa di strumenti e riff. Scorre rapida e festosa, e va bene così. 3 minuti e 20 di spasso leggero e poi te la scordi. Ma la vita è fatta anche di momenti futili. Per fortuna.

Take me: seria e, per quanto possibile nella sua banalità, struggente. C’è un Martini bianco, una silhouette femminile che si staglia nera a contrasto, ballando sinuosa, davanti a una tappezzeria vintage colorata nella penombra. Le tastiere fanno un ottimo lavoro, intervallandosi alla voce di Richie, che si interrompe per fare spazio a un assolo di chitarra classica come non se ne vedevano da una memorabile e malinconica versione di I’D Die For You dal vivo a Yokohama nel lontano 1996. Oh… neanche andrebbe menzionato che la chitarra elettrica, quasi clean, ha un tremolo dal sapore squisitamente retró, che accompagna la voce rotta di Sambora?

Masterpiece: rieccoli i quattro accordi di Richie, riarmonizzati in salsa “metà anni 2000”. Stavolta è Ori che canta, e anche bene, mentre Richie torna a fare quello che ha egregiamente fatto al microfono per decadi: i cori. L’arrangiamento è fin troppo elettronico ma cosa potevate aspettarvi se trascinano in sala uno dei produttori di Michael Jackson? Qui abbiamo un assolo, la cui paternità si fa fatica a identificare, anche a causa del suono un po’ troppo acido per gli anziani e quasi desueti gusti AOR di chi scrive… Non è una canzone memorabile ma è comunque un piacevole dialogo tra le due voci, che iniziano a funzionare abbastanza bene insieme.

Rise: àrzateve! Che accozzaglia di voci su questo pezzo! È un po’ spigolosa, complici gli octaver tanto cari a Richie e gli amplificatori troppo zanzarosi (Oriiii?? Comprate un Fender Twin!)

Ci sono circa altri 20 pezzi già registrati, Orianthi ha più di 1000 memo vocali sull’iPhone la maggior parte dei quali da idee nate canticchiando tra uno spadellamento e l’altro, su suggerimento di Luke Ebbin lei e Richie hanno costruito uno studio di registrazione proprio nella cucina della loro casa a Calabasas per non correre il rischio di perdere neanche un pezzetto di ispirazione e di bacon tra un’amatriciana e un abbacchio alla scottadito. Davvero molto, molto rock.

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