Low: The Invisible Way

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Low

The Invisible Way

(Cd, Sub Pop Records)

folk, slow-core

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Low- The Invisible WayInsieme a Red House Painters, Codeine, Idaho, i Low sono i maestri dello slow-core, genere altamente emotivo caratterizzato dalla lentezza di esecuzione e da sonorità intime. Nonostante questi denominatori comuni, la band del Minnesota ha saputo coniare un sound minimale e trascendentale che ha pochi uguali nella storia.

Alan Sparhawk (voce, chitarra) e la moglie Mimi Parker (voce, batteria) sono un duo che riesce a scavare a fondo nell’animo e a tramutare le emozioni in musica. Da una parte c’è il canto ipnotico dato dall’unione delle loro voci, dall’altra c’è il sound ascetico che accompagna queste litanie. La strumentazione è ridotta all’osso: chitarra batteria e basso (l’attuale bassista è Steve Garrington).

Partendo dalle inquietudini di I Could Live In Hope (gioiello dello slow-core e della musica tutta) i Low hanno saputo reinventarsi continuamente producendo altri grandi album come il successivo The Long Division (ancora più minimale) e Trust (un compendio della loro varietà). Altre volte il risultato non è stato quello delle attese, come l’indie rock di The Great Destroyer (2005) e gli scorci elettronici di Drums And Guns (2007).

Nel 2011 sono tornati in pista con C’mon, che si spingeva verso territori folk, in parte recuperando quella tenue malinconia degli esordi. L’album vantava notevoli intuizioni ma nessuna pienamente espressa.

Nell’anno del 20° anniversario della band, esce il loro decimo album The Invisible Way, prodotto da Jeff Tweedy dei Wilco.

Si tratta di un disco che segue la linea folk del precedente, con un pianoforte che arricchisce tutti gli 11 brani di cui è composto. Ci troviamo di fronte ad un lavoro che mescola melodie ariose a brani intimi, evocando spesso e volentieri i fantasmi del Neil Young di Harvest. Purtroppo a livello qualitativo siamo ben lontani  sia dalla sfera crepuscolare di Nick Drake, sia da quella introspettiva di Tim Buckley (per citare due giganti del folk intimo)

The Invisible Way si apre con la tenera ballata folk di Plastic Cup, arricchito dagli splendidi contrappunti vocali di Mimi Parker.

Scorie slow-core invece per Amethyst, dove il piano disegna una melodia cupa e le voci sono ben amalgamate come ci hanno sempre abituato i Low.

Accanto a questi brani malinconici ce ne sono altri più radiosi e veloci come Just Make It Stop e So Blue, con  pianoforte e batteria che stavolta entrano nel vivo del brano.

La tenera Holy Ghost e l’arrendevole Waiting si rifugiano nei paesaggi desolati più congeniali alla band.

Se Clarence White e Mother sono chiaramente dei riempitivi, il pezzo più intressante e quello anche inaspettato è On My Own (che è anche la traccia più lunga del disco): inizia con un passo folk innocuo e tranquillo, per poi lanciarsi in una divagazione noise-psichedelica grazie ad una chitarra fortemente distorta.

La voce della Parker (che canta da solista in 5 pezzi su 11) è la protagonista dell’album, essendo anche più dotata a livello tecnico rispetto a quella di Sparhawk. Il suo stile vocale (mesto e cupo quanto quello di Hope Sandoval) è però un’arma a doppio taglio: se a volte è terribilmente monotono e noioso (Four Score), dall’altra parte si libra in interpretazioni da brivido e cariche di emotività (come la traccia finale To Our Knees).

The Invisible Way – che i Low faranno uscire nei negozi l’11 marzo – è un prodotto confezionato a metà come il predecessore C’mon (che è di poco superiore): passi falsi, alcune intuizioni, e poca efficacia.

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2 thoughts on “Low: The Invisible Way

  1. No ma scusa, che c’entra il paragone con nick Drake e Tim Buckley? Proprio fuori luogo. Inoltre, vedi agonia tra nick Drake e Tim Buckley. Riascoltati starsailor e lorca.

  2. non capisco il genere di critica, ma rispondo:
    il paragone con nick drake e tim buckley è ovviamente più a livello concettuale (come già peraltro specificato nella recensione) che musicale, nonostante comunque rimane il folk come denominatore standard comune. fuori luogo sarebbe un paragone con i metallica, volendo citare un gruppo a caso. I low sono autori di una ricerca interiore come quella di nick drake e di tim buckley, solo che al contrario di questi due il risultato non soddisfa per nulla le aspettative. Sono altri gli album dei Low che meritano attenzione, non certo quest’ultimo. Tra l’altro stai citando Lorca e starsailor, gli album piu sperimentali di Buckley, e li ho già ascoltati molto bene, quindi non so a cosa ti riferisca quando dici “riascoltati starsailor e lorca”. buona giornata

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