Limbs: Father’s Son

Limbs

Father’s Son

(UNFD)

post-hardcore

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Limbs- Father-s SonIl quintetto post-hardcore LIMBS fa il suo debutto con l’album Father’s Son. Un EP in cui si offre agli ascoltatori uno sguardo oscuro e meditabondo sul viaggio di un giovane fuori dalla religione, mentre viene a patti con la sua educazione e le sue stesse azioni. Father’s Son è stato creato con l’aiuto di Tim McTague (Underoath) e Beau Burchell (Saosin).

I LIMBS hanno debuttato con il loro EP Admission, alla fine del 2014, nel 2015 hanno rilasciato due singoli indipendenti. L’anno seguente, si sono avventurati in un tour della costa orientale con Saosin, e si sono esibiti al South By So What ?! Music Festival a Dallas, in Texas.

I LIMBS provengono da Tampa Bay, in Florida. Originariamente formati nel 2013 con un altro moniker, LIMBS ha pubblicato il loro album di debutto dal titolo Dead Ends prima di subire un cambio di formazione abbastanza drastico. Dopo aver impiegato otto mesi per riformarsi, i LIMBS si sono raggruppati e hanno pubblicato la loro seconda pubblicazione Admission.

Nel marzo del 2015, i LIMBS ha rilasciato il primo singolo intitolato Poison, che ha riscosso un immenso feedback positivo. Due mesi dopo hanno pubblicato il loro secondo singolo dell’anno intitolato Rovina.

Nel 2016 la band ha registrato un EP di 3 canzoni intitolato “SLEEP”, mixato da Beau Burchell (Saosin) e masterizzato da Mike Kalajian – pubblicato nell’aprile del 2017.

Nel 2017 i LIMBS si sono uniti a Royal Division Entertainment per la gestione e presto ha deciso di sostenere Envy on the Coast nelle date nel sud-est. In seguito, la band ha attraversato il paese per sostenere Hail The Sun sul loro headliner nazionale.

Poiché la seconda metà del 2017 si avvicina a un nuovo anno, la band non ha intenzione di rallentare; un tour autunnale a sostegno del loro EP ristampato, e i piani di registrazione invernale sono già impostati.

Father’s Son è composto da undici tracce e sin dalla prima, Fed, l’atmosfera non lascia nulla di celato, la voce è dura tanto quanto la musica che l’accompagna, se parte lentamente poi scoppia in un tripudio di voce, chitarra e batteria, per poi tornare su un andamento più lento. Lentezza che nella seconda non percepiamo per nulla, e mi pare anche giusto essendo la traccia che dà il nome all’EP.

Tutto l’album resta una esplosione di musica e voce, una sorta di rabbioso racconto che ci va respirare solo in pochi momenti ben strutturati all’interno dei vari brani, in cui si preferisce dare spazio agli accordi della batteria o della chitarra. Diversa appare Twelve Stones, ballata per eccellenza in questo EP e che da un maggior respiro agli ascoltatori con quell’acqua in sottofondo che la rende a tratti mistica o dai tratti orientali.

Sullo stesso andante anche la numero otto, Sacrament, in cui i toni si attenuano, la voce si affina e abbassa per non disturbare l’esecuzione del brano. Sicuramente sono da ascoltare ma preparatevi ad una apnea prolungata.

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