Keith Richards: Crosseyed Heart

Ecco Crosseyed Heart, il terzo album di Keith Richards, leggendario chitarrista dei Rolling Stones, che segue di ben 23 anni il suo ultimo lavoro solista

Keith Richards

Crosseyed Heart

(Virgin EMI)

rock, blues

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Keith Richards- Crosseyed HeartI volti rugosi come quello di Keith Richards mi hanno sempre affascinato e continuano a farlo, come se quelle linee imperfette fossero i solchi su cui poggiare la puntina e mettersi comodi ad ascoltare l’immensità di vita che li ha scolpiti.

Crosseyed Heart segue, a distanza siderale, Main Offender (1992) e Talk Is Cheap (1988).

E sono proprio i numeri quelli che, di primo impatto, impressionano di più: solamente 3 album da solista in oltre 50 anni di Rolling Stones, prossimo ai 72 anni, quasi 200.000.000 (200 milioni!) di dischi venduti, e fermiamoci qui per buon costume.

Quando successo, denaro, gratificazione, droghe, donne e ogni altro tipo di perdizione pregnano la tua vita in un flusso ininterrotto e derapante, esiste qualcuno o qualcosa ancora in grado di suscitarti interesse e stimolo?

Assolutamente sì. E la risposta di questo Bukowski della sei corde trova motivazioni a oltranza nei 15 brani (e, se proprio vogliamo, anche questo è un numero abbondante) di questo inatteso divertissement di classe.

La title-track, che apre il sipario, è il brano migliore per tanti motivi. Innanzi tutto perché è un bluesaccio di quelli nudi e crudi e, si sa, quando un musicista è in vena di suonare, chissà perché, suona sempre del blues. E poi sembra quasi di vederlo Keith, seduto sul divanetto di un backstage qualsiasi con la bottiglia di Jack Daniel’s e tutto il resto dei cliché, che martoria la sua fedele compagna di esistenza fin quasi a farle saltare le corde. E poi ancora per quella voce che sa cantare solo perché è intonata ma ha la profondità di tonnellate di tabacco e catarro che ugole sopraffine neanche si sognano. “That’s all I got”, è quasi una giustificazione quella con cui si chiude il pezzo. Ironico, of course.

Niente paura, in questo melting pot c’è anche del rock. E’ il caso di Nothing On Me e di Amnesia, entrambe connotate da tratteggi autobiografici. Quest’ultima disegna il surreale incidente che lo vide protagonista nel 2006 quando, in vacanza alle Fiji, cadde da una palma sulla quale si stava arrampicando insieme al compagno di merende Ronnie Wood. La prognosi fu pesante tanto che alcuni concerti, tra cui quello di San Siro, furono spostati a data da destinarsi. Ricordo che io, col biglietto in mano, ci rimasi davvero molto male, soprattutto perché non sapevo se mi si stava prendendo in giro. Caduto da una palma… ma cosa diavolo ci faceva Keith Richards arrampicato su una palma? In questo brano ce lo spiega lui stesso, prima con tono dissacrante “Ho sbattuto la testa e tutto è diventato bianco, non sapevo neanche che il Titanic fosse affondato…”, poi facendosi più riflessivo e autocompassienevole Pensavo di aver incontrato mia madre che mi diceva: Tu non mi appartieni, dietro di te ci sono un sacco di problemi, cuori spezzati e miseria”. Ma i dubbi rimangono.

Robbed Blind ci porta con savoir-faire nel mondo dei fuorilegge, a metà tra una lirica di Springsteen e la melodia di un Mellencamp ispirato, la pedal steel guitar scolpisce il gusto country con una eleganza di maniera che contrasta un pochino con l’essenzialità grezza degli altri brani.

Funziona anche Illusion, il patinato duetto con Norah Jones che getta ancora una luce chiarificatrice su una produzione deliziosa perché mai troppo invadente.

E se Love Overdue ha il classico andamento reggae rivisitato all’occidentale con alcuni inserti vocali alla Paul Simon, Suspicious ci lascia intuire facilmente cosa avrebbe potuto essere questo album se a cantare ci fosse stato un vero cantante.

Non ha certamente bisogno di soldi Keith Richards, né di fama ulteriore. Se ha deciso di uscirsene con un nuovo album con cui dare un’alternativa alle sue serate noiose (ne avrà qualcuna anche lui superati i 70, no?) be’, non ci resta che prenderlo per quello che è. Ovvio che nessuno possa più inventare niente e che probabilmente il rock’n’roll è nato con Elvis e morto con gli Zeppelin e gli Who, ma per preservare negli anni a venire il vinile di Sgt. Pepper ci vorrà pur qualcosa con cui non dico sostituirlo, ma quantomeno alternarlo.

E poi, queste svariate sonore (swing session mi verrebbe da definirle), fanno sempre bene perchè sono un oblò da cui sbirciare nell’intimo dei nostri eroi musicali e capire da dove proviene la loro ispirazione, che di rimbalzo è stata e sarà la nostra.

A patto che siano sinceri, ovvio.

La tara è ammessa ma… Hey Keith, dimmi la verità fottuto bastardo: sei caduto davvero da una palma?

 

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