Carcass: Surgical Steel

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Carcass

Surgical Steel

(CD, Nuclear Blast)

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Chi non muore si rivede! Riecco l’apocalisse dei britannici Carcass, che si rituffano nella scena come kamikaze lanciando, dopo ben 17 anni da Swansong, il nuovo Surgical Steel. Qualcuno si aspettava un’immediata granata dopo la reunion del 2007, ma ci sono voluti altri 6 anni perché Steer e Walker si riaffacciassero al mondo. Forse aspettavano quelle due novità, di nome Ash e Wilding, rispettivamente alla chitarra e alla batteria, per la definitiva reincarnazione.

Surgical Steel è creatura completa. Non è il devastante grindcore di Reek of Putrefaction, né le storie melodiche di Heartwork, ma la perfetta terra di mezzo. Risultato? Linee thrash metal che, con arroganza, riescono a farsi spazio tra gli schiaccianti e penetranti forconi grind, marchio inconfutabile, e ancora caldo, dei Carcass.

Quando un gruppo si mette in aspettativa per 17 anni, chiunque può attendersi di tutto. E’ sensazione di timore e sorpresa nel momento in cui si dà il via alla prima traccia: 1985. Intro che immediatamente fa pensare a un cambio di rotta dei Carcass verso quel sound anni ’80 dei Judas Priest o delle ouverture dei gruppi power metal. Ma qui non ci sono dragoni, non ci sono elfi né fate, ma il fuoco e le fiamme dei Carcass, che abbaiano il loro gran ritorno con la traccia successiva: Thrasher’s Abbaitor. Sì, sono loro, ora si riconoscono.. Treno in corsa, pronto a schiantarsi.

Noncompliance to ASTM F 899-12 Standard è il pezzo che strizza l’occhio alla durezza dei primi album: una batteria assatanata che si abbandona a poche pause, offrendo spazio a un assolo crudo ed efficace. Segue The Granulating Dark Satanic Mills, ed è qui che il gruppo rivela la sorpresa. Architettura morbida e solistica danzante, quasi come un omaggio a quelle divine dita del Dave Murray di Somewhere in Time. Pezzo poderoso.

Toni più sotterranei per 316L Grade Surgical Steel e, forse, la rabbia di 17 anni di occasione perse passa proprio da qui. E’ una traccia in cui le due chitarre sono le assolute protagoniste: riff martellanti su cui, infierendo, Walker spalma i propri comandi vocali, come se volesse guidare un popolo verso la guerra.

L’urlo infernale si chiude con Captive Bolt Pistol e Mount of Execution. Il primo ha l’intenzione di chiudere il cerchio con la stessa cattiveria con cui Surgical Steel si è aperto. Il secondo vuole curare le orecchie insanguinate dell’ascoltatore, e le disinfetta – termine non a caso, vista la copertina – rimescolando, teneramente (per usare un eufemismo), tutto ciò che ha ascoltato nella mezz’ora precedente.

In un periodo in cui grandi pezzi di storia si perdono, un ritorno alle armi così devastante è oro che cola. Surgical Steel è l’emblema della passione che ancora brucia dentro il cuore nero dei Carcass, che non tornano per fare cassa, ma tornano per riprendersi – sul serio – quel pubblico che li adorava. E il vuoto lasciato dai Carcass, obiettivamente, si faceva sentire. Well done.. Bentornati!

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