Raretracce: Vol. 1

La semplicità fatta canzone, un retaggio della musica leggera italiana, una riesumazione dei generi anni ’60 e ’70, testi anacronistici ma coinvolgenti sono le caratteristiche di vol.1, l’album dei Raretracce.

Raretracce

Vol. 1

(Cd, ConcertOne, 2008)

folk, reggae, pop, blues

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“Siccome non parliamo da ore lascio a questo silenzio il grido del mio dolore”.

Un tuffo nel passato della musica leggera italiana. Ecco l’apertura di vol. 1. L’album si inoltra nel passato musicale i cui portavoce sono Lucio Battisti, Rino Gaetano, Ivan Graziani ma non si ferma alle influenze italiane.

Ascoltando vol. 1 si rimane colpiti dalla miscela di generi musicali, dagli arrangiamenti, dallo spazio dato all’apparato strumentale eppure dalla semplicità che la produzione sembra dimostrare. Anche i testi fanno la loro parte ponendosi a metà strada tra l’ironico ed il vissuto reale.
La naturalità dei Raretracce è data dalla fusione di voce, piano, chitarra acustica arricchiti da percussioni e talvolta fiati, in un’unica melodia in cui voce e strumenti cantano all’unisono.

I Raretracce decidono di fondere le diverse esperienze musicali che li hanno influenzati: dal blues, alla musica dance, al funk, allo swing, al reggae. Questi gli obiettivi del gruppo che sin dalla sua formazione nel 2001 si è mosso “privilegiando una cultura musicale suonata e sopratutto vissuta”.

Il manichino è tutta musica e si fa spazio dopo Matteo in cui gli strumenti si divertono in un pop andante sul blues e si prendono gioco di una studentessa che sfila a scuola “tutta in tiro come un manichino della Standa”.
“I wanna make you understand” sussurrano in una ballade romanticamente semplice come La battaglia, dove troviamo conferma dell’essenzialità di vol. 1, posta in evidenza da una voce tanto semplice quanto suggestiva; una voce che canta una di quelle filastrocche musicate che nel narrare – cantare ti avvicinano a realtà difficili da capire tramite il testo ma sicuramente prossime al quotidiano.

Tra i consigli per l’ascolto: Solo un po’, la quale parla il linguaggio antico e sempre eterno del blues. Un blues all’italiana che lascia tanto spazio alla musica, agli assoli e alle frasi contraddittoriamente poetiche: “stanotte odiami oppure uccidimi, maledicimi forse però perdonami”. Tuttavia il testo passa in secondo piano e si riduce ad un ripetersi di frasi dalla logica semplificata che non vogliono far altro che sottolineare e far concentrare l’ascoltatore sulla musica.

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Beatrice Kabutakapua
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