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Radiohead: recensione concerto a I-days Festival, Monza, 16 giugno 2017

Simona Fusetta 18 giugno 2017 Live Report
radiohead recensione concerto monza 2017

Radiohead

I-days, Monza, 16 giugno 2017

live report

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radiohead recensione concerto monza 2017Sono mesi che per un motivo o per l’altro si parla di questi I-days: a partire da novembre, quando sono andati in prevendita i biglietti per la data dei Radiohead, fino a questi ultimi giorni, in cui la scarsità di informazioni relative in particolar modo alla logistica hanno fatto insorgere il popolo del web. Tanto che in molti si sono trovati a rivendere il loro biglietto e a rinunciare loro malgrado a un evento al quale sembrava quasi proibitivo partecipare. E ancora una volta si riaccende il dibattito: perché in Italia non siamo in grado di realizzare dei festival come Dio comanda? (cfr Primavera Sound) O meglio, perché non riusciamo a portare avanti tradizioni che ormai all’estero sono straconsolidate e che per altro generano introiti niente male? (il Primavera Sound, sempre lui, pesa lo 0,5% del PIL di Barcellona!).

Senza dubbio, un ruolo fondamentale l’ha avuto – e continuerà ad averlo in questa estate di grandi eventi all’aperto – la sicurezza. I recenti accadimenti di Manchester e Torino hanno portato a rivedere molti aspetti nell’arco delle ultime due settimane. E quindi l’invito a raggiungere il sito entro e non oltre le 16 è diventato un ostacolo per molti in un giorno lavorativo, quando in realtà era solo una semplice misura precauzionale atta a far sì che i vari controlli e le perquisizioni si svolgessero senza fastidi e intoppi e che l’afflusso di gente fosse continuo e uniforme, evitando calca e ritardi, soprattutto in procinto dell’inizio della performance degli headliners.

La grossa falla dell’organizzazione è stata però la questione parcheggi. Bella l’idea dei treni speciali da Monza, ma troppi pochi per le prime due giornate, e soprattutto un po’ incerti, dato lo sciopero (e l’impossibilità di avere risposte sia dall’organizzazione che da Trenord). I parcheggi, distanti e dotati o meno di navette, avevano poi dei costi spropositati, soprattutto considerando che una breve ricerca in rete permetteva di trovare dei silos aperti 24 ore su 24 dove lasciare la macchina in sicurezza, più vicini al parco e decisamente più economici (questo, ad esempio, per chi arrivando un po’ più tardi non voleva perdere tempo a cercare normali parcheggi lungo la via). E il fatto che siano andati esauriti a ridosso dell’evento ha creato il panico in chi non conosceva l’area e quindi non sapeva come fare. Insomma, maggiore comunicazione e collaborazione con le realtà esistenti avrebbero evitato malcontento e minacce di boicottaggio futuro.

Di positivo c’è che l’area è molto bella, ottimo palco, buona l’offerta di bevande e cibo (anche se la storia dei token, apparentemente valida, mi è sembrata solo un furto autorizzato). E che dire delle line up: da Green day e Rancid, passando per le glorie di casa nostra Tre allegri ragazzi morti e Shandon, di giovedì ai tanto attesi Radiohead, a Linkin Park e Blink 182 di sabato, fino alla chiusura con Justin Bieber, che cozza un po’ con il resto, ma di sicuro attirerà un sacco di gente. Guardando il cartellone del festival si percepisce un’accozzaglia di nomi disomogenea e che non ha nulla a che vedere con qualsiasi concetto di direzione artistica.

Sin dalle prime ore del pomeriggio, sul palco e sul second stage si alternano artisti che fanno da piacevole sottofondo all’oziosa attesa: Santa Margaret, Ex-Otago, fino ai più attesi Michael Kiwanuka, che con la sua musica è riuscito a coinvolgere anche chi non lo conosceva e James Blake, scelto da Yorke e soci come loro opening act e in perfetta sintonia con la band con la sua elettronica liquida e rarefatta. Non che questo faccia davvero la differenza: alla fine avrebbe potuto suonare chiunque e non avrebbe avuto importanza. Eravamo tutti lì per il Bene comune, e il bene comune ha un solo nome e viene da Oxford e si chiama Radiohead.

In leggero anticipo, poco prima delle 21.30 la band sale sul palco e nella luce di un rosso tramonto delinea un’atmosfera di sogno giocandosi subito l’onirica Daydreaming, il pezzo che forse più di tutte è l’espressione del travaglio interiore di Yorke degli ultimi anni. Un Thom Yorke che però non è mai apparso in forma migliore, magnetico e carismatico come pochi altri musicisti.

L’apertura del concerto è affidata ai brani di A moon shaped pool, difficili per certi aspetti da inserire in scaletta e forse meno coinvolgenti dei grandi classici, ma ampiamente apprezzati dal pubblico. Si incomincia a fare sul serio con Airbag e a ballare su 15 steps, sempre con quello stile strambo che negli anni ci ha fatto sentire il geniale frontman di questo gruppo inglese un po’ più vicino a noi comuni mortali. I suoni sono comunque buoni per uno spazio del genere, ed è un piacere poter godere del volume un po’ più alto del basso del magistrale Colin Greenwood. Meno apprezzato e rinomato del fratellino minore, negli anni si è dimostrato elemento essenziale e in continua crescita, e di certo non si è risparmiato sul giro magnetico di The National Anthem, mentre in sottofondo una radio trasmetteva la telecronaca di una partita di calcio.

All I need e Pyramid song aprono il momento più intimista, con Thom York al piano. Si ha quasi paura a cantare per non rovinare l’atmosfera, per non perdere neanche un attimo di quello che traccia dopo traccia si rivela uno dei concerti più sentiti ed emozionanti dei 5. Qualche parola in italiano, scambiata con il pubblico, ce li fa sentire quasi come un patrimonio nazionale (oltre a insinuare il dubbio che ci sia nell’aria una fidanzata italiana), ancora più complici e vicini. Il loop acido di Everything in its right place è quasi un mantra, mentre ci avviciniamo alla fine del concerto, un crescendo di emozioni che culmina nella splendida Exit music (for a film). Il pubblico si ammutolisce; quasi 60 mila persone pendono dalle labbra di quest’uomo, che con la sua chitarra cattura un’emozione per poi lasciarla esplodere e morire sul finale. Il colpo di grazia è Paranoid android. Già così si potrebbe essere soddisfatti, ma saranno i bis a calare l’asso.

La band rientra quasi subito e attacca con No surprises e Nude, per altri due momenti ipnotici e ovattati che non vorresti finissero mai. Poi, dopo la carica di 2 + 2 = 5 e Bodysnatchers ci stendono con un altro pezzo chitarra e voce, in una versione diversa dall’originale (come tante altre), ma ancora più bella, se possibile (come tante altre!). Per me che l’aspettavo con ansia, Fake plastic trees è riconoscibile sin dal momento in cui Yorke imbraccia la chitarra e l’accorda; non mi vergogno a dire che mi ha commossa fino alle lacrime, anche perché intorno a me tutti trattenevano il fiato, incapaci quasi di cantare, catturati ancora una volta da un mix di emozioni che difficilmente mi è capitato in tanti anni di performance e di gruppi visti.

E quando pensavi “Ok, dai, a questo punto posso andare a casa contenta, tanto meglio di così…” ecco che il quintetto di Oxford spiazza tutti e da scacco matto; Thom ci chiede se ne vogliamo ancora un poco, sempre nel suo italiano stentato, e balla sulle note di Lotus flower, per poi attaccare LA canzone, quella che eri certo che non avresti mai sentito a un loro live, quella che li ha resi famosi e che ha rischiato di relegarli a one hit wonder, quella che hanno ripudiato per anni, considerandola per nulla rappresentativa della loro produzione artistica. Proprio lei. Creep. Quella che infondo avresti tranquillamente potuto sacrificare in scaletta a favore di tante altre (ma poi, non è sempre così?), ma che quando ascolti non puoi fare a meno di cantare a squarciagola, in un atto liberatorio per noi quanto per loro suonarla adesso che sono scesi a patti con quel momento della loro vita e che forti di una maturità artistica senza pari, possono permettersi di affrontare anche i demoni del passato. La chiusura con Karma police e i cori che ne accompagnano il finale sono solo la ciliegina su una torta di cui avresti decantato bellezza e bontà ancora prima di comprarla.

Lo so, le mie parole sembrano l’ennesima dichiarazione d’amore nei confronti di una band che ha segnato tutta la mia vita, che ho amato ma non sempre capito, alla quale sono tornata ogni volta per cercare conforto da una scena musicale che non mi dava speranze, ma credo che la sensazione provata da me ieri sia simile a quella provata da molti al parco di Monza. Un susseguirsi di emozioni dense e pregne, un rigore e un rispetto reciproci, cinque musicisti che hanno una consapevolezza di loro stessi e della loro musica tale da non aver più bisogno di provare niente a nessuno, nemmeno a loro stessi. E che si sentono liberi di vivere la performance live con più leggerezza.

Un’ultima nota: se non siete di quelli che non riescono a concepire un album se non ad opera di chi l’ha realizzato, prendetevi un po’ di tempo e andate sul sito della trasmissione King kong ad ascoltarvi KO Computer, omaggio di alcuni artisti italiani, tra cui Marlene Kuntz, Niccolò Fabi e Cristina Donà, che hanno rielaborato le tracce del celeberrimo album con stili molto personali. Vi assicuro che ci sono versioni che non vi faranno rimpiangere gli originali, oltre a essere un’iniziativa davvero bella.

 

Setlist Radiohead, 16 giugno 2017, Monza

  • Daydreaming
  • Desert Island Disk
  • Ful Stop
  • Airbag
  • 15 Step
  • Myxomatosis
  • The National Anthem
  • All I Need
  • Pyramid Song
  • Everything in Its Right Place
  • Reckoner
  • Bloom
  • Weird Fishes/Arpeggi
  • Idioteque
  • The Numbers
  • Exit Music (for a Film)
  • Paranoid Android

Encore:

  • No Surprises
  • Nude
  • 2 + 2 = 5
  • Bodysnatchers
  • Fake Plastic Trees

Encore 2:

  • Lotus Flower
  • Creep
  • Karma Police

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