Paolo Benvegnù: intervista e guida all’ascolto di Hermann

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intervista paolo benvegnù
Foto di Mauro Talamonti | Capicoia

L’appuntamento è verso mezzogiorno alla stazione di Arezzo. Il cellulare mi avvisa che ho ricevuto un SMS: “Ti aspetto fuori, al sole.” Effettivamente è lì che trovo Paolo Benvegnù.

“Vieni, prendiamo la macchina, andiamo a Lucignano”. Chiedo: “Perché?”. “È una bella giornata di sole, il posto è magnifico, e possiamo trovare un posto tranquillo dove parlare. Poi… non si sa mai.” “Non si sa mai cosa?” “Non preoccuparti, andiamo?”.

Arriviamo a Lucignano, davanti all’ingresso principale del paese con le mura in pietra e le strade concentriche. Ci sediamo ad un tavolino del Bar, mentre un gruppo di pensionati inizia una partita a carte al tavolino accanto. Il registratore sarà testimone della “santificazione” di ogni errore del compagno di gioco. Davanti a noi un giardino ed un piccolo parco giochi, con scivoli ed altalene in legno, come se ne vedono tanti ormai in ogni paese.

Hermann, il nuovo disco di Paolo Benvegnù, musicalmente è un’evoluzione adulta del suono “Benvegnù”. Suoni pieni, ricchi, orchestrazioni, melodie affascinanti. La vera sorpresa sono i testi: l’album è un’antologia di miti, di storie, di personaggi, di idee, dal significato non sempre immediato. Non sempre chiaro al primo ascolto. Così ho chiesto a Paolo di fare una specie di guida all’ascolto di Hermann, la storia dell’uomo guerriero, vittima e carnefice, femminile e maschile. Non una parafrasi dei testi, piuttosto, come suggerisce Paolo, una scia di sassolini bianchi, che si possono seguire, che fanno intuire la strada e che non la svelino del tutto, per lasciare il gusto di farlo ad ogni singolo ascoltatore. Magari trovando anche chiavi di lettura alternative e personali.

Cappuccini, cornetti e domande a Paolo Benvegnù.

Da quale necessità nasce l’idea di scrivere un disco sull’uomo e la sua storia?
Mi sembra di aver compreso, negli ultimi vent’anni, che il primo problema dell’uomo sia trovarsi, il secondo problema è capire cos’è il desiderio, il terzo è scegliere il desiderio ed il quarto è scegliere le strade per arrivare a quel desiderio. E questa è la storia dell’uomo. Il disco è un contenitore, ognuno ha messo il suo. La cosa bella è che ogni componente dei “Paolo Benvegnù” ha messo tanto del suo, Guglielmo, Andrea, Luca pure. Michele non è stato soltanto il fonico, ma anche una specie di avvisatore acustico, un faro che ci diceva se stavamo per incagliarci. L’idea è stata proprio quella di fare un contenitore ed inseririci tutte le idee, consapevoli o meno, sull’uomo, partendo dal mito, dagli archetipi ed attraverso l’allegoria, ed anche la realtà, entrare in contatto con l’uomo. Del resto soltanto l’uomo può scrivere dell’uomo e soltanto l’uomo scrive solamente dell’uomo. Anche perché la nostra ottica è sempre filtrata dall’umanità, non possiamo farne a meno. L’idea era di aggiungere qualcosa in più rispetto al tempo moderno ed al post-moderno. Per cui se Omero parlava di Ulisse come di un uomo curioso, noi diciamo che sì, è curioso, ma la sua curiosità è un effetto, la causa è la noia. La nostra necessità è stata quella di andare oltre, nelle scrittura e nell’ideazione di un disco e pensandolo come fosse un libro, come se fosse un film. Era questa la nostra necessità.

Più del tuo solito libro di poesie, un libro di epica
Sì, il tipico libro di epica che ci facevano studiare in terza media e che ci faceva dire “dateci subito dei cartoni animati”!

Quest’estate eri in un limbo tormentato tra il passato ed il futuro. Ora che il futuro è diventato presente, come lo vedi il passato?
È il piede della perpendicolare, è la base. Io mi sono cercato, tutti questi anni. Fino ad un paio di anni fa, ero ancora nella fase in cui stavo cercando di discernere la mia esistenza. Perché esisto? Perché tutto ciò che esiste mi fa commuovere? Perché, sia gli uomini, opere meravigliose, sia i manufatti mi commuovono? Mi ha fatto arrivare ad un assioma, che non siamo altro che un transito fra quello che è stato e quello che sarà. Ed è una cosa legata al nostro tempo. Sono convinto sempre del fatto che, e lo ribadisco, è questo grande desiderio di armonizzazione tra noi e l’esterno che guida l’uomo nel momento in cui ha perso la necessità di sopravvivenza. Oramai tutti, in una maniera o nell’altra, mangiamo. Anche i più poveri, anche io… anche gli ultimi, almeno nel primo mondo, hanno questa possibilità. Perciò adesso è la testa che guida e non più il ventre. La testa insieme all’occhio, che guida il desiderio. Fino a Dissolution, mi sono reso conto di aver detto sempre cose come se fossero delle insegne, delle targhe. Questa targa è presente, è oggettiva, noi la vediamo. Ma mi sono sempre dimenticato il sotto, cioé perché esiste questo cartello? Ed il sopra, a cosa tende questo cartello? La fase attuale per quanto riguarda me ed il lavoro fatto insieme ai miei compagni è proprio questo.

Cioé, con i primi due dischi e quelli degli Scisma ti sei raccontato. Adesso vuoi raccontare l’uomo in un ambito più universale.
Sì, è per questo che abbiamo scelto un libro di gesta, è la grande metafora che da sempre usano i letterati. Io parlo di me e del mio quotidiano circostante attraverso le imprese di un terzo. Per questo abbiamo usato l’allegoria. È un personaggio che può essere storico o non storico. Però è un personaggio che vive realmente all’interno del mondo. In tante ere, che è poi sempre la stessa era. Ribadisco, non posso dir nulla riguardo alla fuga dai predatori, perché sì, la sento nel sangue, ma non posso raccontarla veramente perché non è il mio vissuto, non l’ho mai conosciuto.

Affrontiamo ogni singola canzone, posizionata rigorosamente nel tempo, nello spazio e nella storia della letteratura.

 

Hermann secondo Paolo Benvegnù, canzone per canzone

hermann secondo paolo benvegnù
Foto di Mauro Talamonti | Capicoia

Il Pianeta Perfetto

Da cosa avete deciso di partire per raccontare l’uomo?
Pensa che stavo cercando un incipit a questa saga. Poiché sono un drammatico l’avevo trovato in Edipo. Invece arriva Guglielmo con questo pezzo che fondamentalmente è la storia di Narciso. Non quello che noi conosciamo, ma è il Narciso degli scritti apocrifi. Tramandato di bocca in bocca in Grecia, che conoscono in pochi, riportato in un libro del filosofo psicoterapeuta tedesco Binswanger, nel quale Narciso vede questo giovinetto in riva al fiume, se ne innamora, lui lo rifiuta e Narciso prima lo uccide e poi uccide se stesso. Un tipico caso di omicidio-suicidio, come tanti se ne vedono anche oggi. Attraverso l’idea del tempo vissuto e del non vissuto, o perso, come richiama questa idea di Narciso, noi spesso ci rifiutiamo di vivere noi stessi, la nostra consapevolezza, il nostro sentire. Mi è sembrata la partenza perfetta, il Pianeta Perfetto, sul quale una persona che non deve più soddisfare la sua “fame atavica”, che non ha più la necessità primordiale di sfamarsi, ormai soddisfatta, si chiede: ed ora cosa faccio in questo posto? Un po’ come il monolite di 2001 Odissea nello Spazio, l’inizio.

Moses

Mangiare, sopravvivere e combattere sono l’essenza dell’uomo?
No, lo sono solo mangiare e sopravvivere, il combattere è un problema suo. Combattere è la vera perversione. Combattere per conquistare cosa? Per distruggere inutilmente una città come Troia? Il punto importante è capire che non ne abbiamo bisogno, che la spinta data dalla noia, che se vuoi puoi chiamare curiosità, ma non lo è, non porta a nulla. Il potere non serve a niente, nel momento in cui non hai più il problema del mangiare e del proteggerti dai predatori. Il punto fondamentale è capire che il nostro percorso di uomini, non è un’ascesa. La vera ascesa è nel momento in cui ti comprendi e comprendi qual è la tua strada verso il desiderio. Che può essere anche bieco. Oppure la tua ascesa potrebbe essere quella di fermarti e guardare il mondo per quello che è. Camminare e vedere più mondo possibile. Consapevoli del fatto che ogni opera è un fallimento. Anche le più perfette. Ad esempio, da un punto di vista architettonico, quando noi spariremo la Natura si mangerà l’Architettura in vent’anni, senza nessun tipo di problema. Perciò è fallimentare, non esiste opera che possa rimanere perpetuamente nel tempo. Ed anche un viandante nella vita vedrà una parte relativa del mondo. Finché non si capisce questo limite, che è un limite di potenza, l’uomo avrà sempre la sete di potere, di creare degli avamposti e lasciare in dietro tutto un territorio, che è terra di nessuno. In questa terra di nessuno i primi sono tranquilli e contenti perché riescono a vivere una vita inconsapevole senza grandi problemi, perché sono sazi e soddisfatti e gli ultimi cercano di diventare primi. Che necessità c’è di essere in competizione, perché?

Love is talking

Perché non lo sentiamo parlare, l’Amore?
Quando cala la notte, cade la poesia, cadono i cani, cadono i bambini, cadono le risposte fittizie, cade tutto. Quando arriva la notte. In Nord Africa forse adesso se ne stanno accorgendo. Noi cerchiamo sempre una grande plenipotezialità, ma nella realtà noi siamo noi ed arriva un momento nella vita di un uomo, anche se per tutta la vita ha sfuggito il dolore e si è distratto da tantissime altre cose, arriva il momento che ha consapevolezza di se stesso, che puzza. Allora perché non riesco ad armonizzarmi, nonostante ci sia l’Amore che te lo sta dicendo, perché non lo riesci a sentire? Come quando durante una seduta dal dentista, riesci a percepire il dolore in punti diversi che sono distanti tra loro meno di un millimetro, ma sei concentrato lì e li distingui attraverso il dolore, in ciascun punto. Non siamo concentrati e quindi non sentiamo cosa ci viene detto per armonizzarci con il mondo e la nostra esistenza. Anche solo la nostra nascita, il miracolo della nascita. Se la diamo per scontata e non la sentiamo nella sua incredibile pulsione vitale, ci rivolgiamo verso altre cose e cerchiamo il sentire in altre direzioni, invece che in noi stessi. Il sentire è interno e finchè tu non hai un sentire interno, tutto ciò che vai a costruire per arrivare al sentire dall’esterno è sovrastruttura. Alla fine la vita è una grande droga, una droga potentissima, e per certi versi meravigliosa. É una droga nel senso che non è hai mai abbastanza.

Ascoltate, Avanzate

Ti rivolgi all’Anima usando il “voi”, con la forma del massimo rispetto. Dai versi e da ciò che mi hai raccontato quest’estate, mi sembra di capire che Anima possa essere tua madre.
È esattamente questa la cosa, riconosco una parte così tormentata di lei in me e di me in lei. Perciò si da del “voi” ai genitori, alle persone importanti delle quali si ha un rispetto assoluto. Anche quando non lo si capisce in maniera specifica. L’idea era questa: fatevi riconoscere, fatevi riconoscere. Nonostante l’insegnamento pragmatico che mi hai dato per cercare di proteggermi, io lo so che anche voi vi illudete di comprendere la verità dagli uomini, ma non è questa la verità. La verità è un’altra. E me l’avete data voi (genitori) la base per capirla non dagli uomini. Ed io vi ringrazio. É un’invocazione alla mia parte migliore, che per me è la sua parte migliore, che ovviamente per sangue ho mutuato. È la stessa cosa che diceva Sant’Agostino. Ecco perché il disco è cronologico.
È un problema che gli uomini hanno dalla notte dei tempi. Cercare in se la parte migliore. Non ha niente a che vedere con la morale, uno può essere all’interno della vita anche negandola. Non è detto che la sua parte migliore sia quella politicamente corretta, che sia quella legata al bene. Si può essere attaccati alla propria vita e prendere la propria essenza anche nel male assoluto. Anche nell’uccidere.

Quindi ci sono uomini per loro natura “ignobili”?
Secondo me non riusciamo mai a pensare alle azioni dell’uomo in valore assoluto, ad esempio, un nemico, un “uccisore” rigoroso, chiaro nelle proprie intenzioni, non è diverso da un “salvatore” chiaro e rigoroso.

Perché realizza in pieno la sua natura.
Esattamente. Perciò, c’è la grande difficoltà degli uomini a porsi nella vita. Non riusciamo a percepirla. Per varie ragioni. Se ad esempio io ho subito un danno gravissimo è ovvio che riporterò questo danno in giro, fa parte della mia vita. E se io in questo danno ho in fondo ricevuto anche piacere, penserò di procurare piacere anche alle mie vittime. Da quel momento in poi l’uomo può ragionare in valore assoluto, sentendo la tensione verso la vita che abbiamo noi, in qualsiasi manifestazione nel momento in cui esistiamo, che può essere anche cattiva. Se non ci danno da mangiare ci incazziamo, ed uccidiamo.

Io però posso decidere il mio comportamento.
É questa la scelta degli uomini. Perché gli uomini hanno avuto il bisogno assoluto di darsi delle regole? Proprio per quello, per evitare di procurare dolore. Ma prima dell’educazione, quella legata all’infanzia, sono convinto che non debba esistere una valutazione in valore assoluto dell’uomo in formazione. La cattiveria è cattiveria, la bontà è bontà, basta che sia vera.

Io ho visto

Il sogno di realizzare qualcosa ed il progetto di realizzare qualcosa, sono la stessa cosa?
Nel sogno c’è una verità migliore, più densa. Progettare è un modello matematico del desiderio. Il punto fondamentale è che noi non ci rendiamo conto di quanto abbiamo nel nostro patrimonio genetico. Io sono convinto che non sia esaltazione sentire in me, il persecutore ed il perseguitato. In realtà significa che veramente tutto poi sfocia nell’amore, perché se ci riconosciamo, riconosciamo che abbiamo tutti lo stesso sogno, che è veramente nelle nostre mani.

Ed è lo stesso amore che sta parlando.
Attenzione, ribadisco, questo è un amore che ha un sotto ed un sopra, non è soltanto un cartello: il sotto è “io ci sono passato attraverso il Mar Rosso; attenzione, io ho fatto del male violento, sono stato l’accusatore, sono stato l’accusato. Vi ho visti tutti”. Poi quando l’uomo si è evoluto ha capito che gli altri sono come lui, e perciò quando vengono accusati si incazzano e cercano di difendersi. Lì vedo le sollevazioni dei popoli che combattono e perdono le falangi sia nei combattimenti, che nelle fabbriche. Sappiamo tutto, le sappiamo tutte queste cose, ed allora perché? Perché combattersi quando potremmo essere la stessa cosa.

Achab New York

Lo sai, è una storia vera.
Mi piace molto perché é la storia della conquista, non soltanto quella ispirata da Melville, che finisce in tregenda. Oltre a conquistare un nuovo mondo, vuoi anche dominarlo. Non ti basta essere arrivato a toccarne le sacre sponde, sacre per te.

Forse sono più sacre per chi ci trovi.
Certo, ma tu hai bisogno di difendere questa tua sacralità. Questo concetto, questa pulsione la puoi trasferire anche nel mondo della Borsa. In questo disco troviamo le storie del mito ed esattamente le ritrovi nella quotidianità. Il primo giorno dei disordini in Libia, Piazza Affari ha perso il 7%. Il giorno dopo, casualmente, Piazza Affari doveva riaprire, ma fino alle tre del pomeriggio c’è stato un black out. Ora dimmi te se in Piazza Affari non hanno degli stabilizzatori di corrente e dei gruppi di continuità. In quelle sette ore, chi ha speculato e per quanto? Ditemi questo, non prendetemi in giro. La cosa interessante di questo disco è che prende dei problemi che sono atavici nell’uomo, leggerissimamente sazio, e li porta in superficie nell’attualità. Un gioco di rimandi che non c’era mai successo di fare.

Andromeda Maria

Mi sembra che si parli semplicemente della donna.
È Sherazad che racconta la storia. La sposa che racconta sempre storie nuove al re, che lo fanno impazzire. Ed il senso è questo: lo so che vai in giro per il mondo trascinandoti le armi e sei sempre più pesante e da come ti comporti potrei anche pensare che sei un idiota. Ed invece ti aspetto, te che sei il padre dei miei figli, che sei il violentatore, anche dei miei figli. Aspetto sempre te che sei il ladro, il guerrigliero, che sei l’avaro, che sei la parte peggiore di me. Ma sei veramente anche parte di me, perciò aspetto la madre che è in te.

Quindi la donna è un essere superiore perché capace di amare incondizionatamente?
Perché crea, anche con indifferenza. Anche non sentendone il sapore. Non ce ne sono tanti casi così. La donna è la portatrice della vita, è esclusiva e non si può fermare. É questa la differenza fra uomo e donna ed è per questo che ne abbiamo paura e la vediamo come un mistero. Dentro la donna c’è il mistero della vita e di questo universo, che noi non abbiamo. Che possiamo solo immaginare, e al quale non arriveremo mai, per fortuna.

Sartre Monstre

Spesso ti ho sentito parlare del tuo disco come di un fallimento. Oppure del film che non verrà mai realizzato. È chiaro che vuoi dire altro.
Perché è tutto un fallimento, solo che per noi la parola fallimento ha un significato negativo. Cosa c’è di più naturale di correre, inciampare e cadere. Io non ci vedo una sconfitta. Poi Sartre è veramente un uomo del ‘900, che ragiona per avamposti, che arriva ai limiti del sentire. Però era sempre ubriaco. Lui e Simone de Beauvoir, una coppia che, poiché si rendono conto della difficoltà personale ad arrivare ad un determinato sentire, cercano di percorre questa strada insieme. Ma per percorrerla insieme hanno bisogno di tradirsi ogni istante, tradire la loro unione ma contemporaneamente tradire anche se stessi, perché sono sempre ubriachi. Siamo nel ‘900. L’uomo non ha più questo grandissimo senso di colpa, e comincia a tradirsi volontariamente per spiazzarsi. Ecco che la noia diventa sondabile, anche attraverso artifizi, l’alcool. La noia atavica è conosciuta, allora l’uomo cerca di essere sempre più veloce, sia nella comprensione che nella tecnologia. A quel punto la noia diventa uno strumento per questa velocità. Provocando un feedback meraviglioso dal punto di vista creativo. C’è stato tutto nel ‘900, e soprattutto la negazione di ciò che è stato prima, però è sempre una volontà di conquista. E nella volontà di conquista non c’è abbraccio, perché c’è sempre la spada nel mezzo, c’è sempre la volontà di essere qualcosa di diverso da ciò che in realtà sei. Il ‘900 è importantissimo, perché l’uomo ha imparato ad usare la noia come uno strumento di bellezza, quando prima era soltanto strumento di conquista. Sartre ne ha sedotti tanti. Perciò io ne comprendo il segno e lo accolgo, ma contemporaneamente non posso non pensare che sia una partenza sbagliata. La ragione per la quale per me Sarte è un mostro. Ha creato il mostro del ‘900 e lo ha imposto ai tavolini del bar, e questo è interessante.

Goodmorning, Mr. Monroe!

In questa canzone i canoni musicali saltano. È l’apoteosi del sintetico: anche questo è un messaggio, una chiave di lettura?
Siamo ormai nel pieno ‘900 e Mr. Monroe è Henry Miller. Tropico del Cancro, la seduzione della parte oscura. Però, Mr. Monroe è anche Andy Warhol. Siamo in pieno periodo warholiano, ognuno ha i suoi 15 minuti di celebrità. É una canzone di Andrea che inconsapevolmente, vive come uomo che cerca il suo quarto d’ora di celebrità. Come lo sono anch’io. Anzi, l’ho cercato disperatamente questo quarto d’ora. L’ho cercato, l’ho anche trovato e quindi ora sono pacificato.
Andrea ne ha parlato meravigliosamente, considerando che siamo tutti allineati, attraverso l’ansia di colui che non riesce ad allinearsi, cioé del vilipeso. È un pezzo perfetto per descrivere il ‘900, è tutto quello che stiamo vivendo con l’evoluzione televisiva, se la vuoi chiamare evoluzione. Non più spazio alla propedeutica ma al desiderio più greve che un uomo può avere. Guardatemi! Mi è venuto da pensare: quanti anni fa l’hai detta questa cosa signor Warhol, purtroppo l’hai anche fatta. Per quanto mi riguarda è un’altra azione di depistaggio dell’evoluzione dell’uomo. Perché ciò ha portato evidentemente alla scomparsa del sacro della metafisica che ognuno di noi può sentire. Così è come te la spiego io. Musicalmente abbiamo voluto dargli un’impronta stilizzata, così come hanno fatto Miller e Warhol, dandogli l’impronta del periodo più buio della musica moderna, gli anni ’80. Gli anni del pop senza densità.

Date Fuoco

Chi è l’uomo sotto accusa?
È il colpevole , è Giordano Bruno. È colpevole di aver visto cose diverse, di aver pensato cose diverse. Il problema è che si sono ritrovati a non sapere di cosa accusarlo. Ne hanno uccisi molti per eresia. Con lui avevano un problema, perché lui argomentava. Durante il processo, a metà, gli dicono che non lo possono bruciare per eresia perché in realtà non dice cose eretiche. Ti lasciamo in carcere, ma non ti bruciamo. Lui dice: “Forse voi che pronunciate questa sentenza avete più paura di me che la subisco”. Il senso è che chi addita il colpevole, ha più paura di chi è sotto accusa. Ed oggi è ancora così. Rientra nel ‘900, intorno alla metà degli anni ’80, forse prima. Pensa al caso di Alfredino Rampi, la più lunga diretta italiana. Chi è il colpevole di quella disgrazia? Alfredino? Il pozzo? Chi ha costruito il pozzo? Chi ha mandato le telecamere? Chi l’ha fatto vedere? Coloro i quali fanno dei commenti? L’uomo ha paura, quindi deve additare. Ha paura ma difficilmente si assume la responsabilità di colpire. L’uomo costruisce una società per fare in modo che coloro i quali hanno una visione diversa delle cose, possano venire controllati. L’uomo accusatore, l’uomo aguzzino che, come sempre, non si rende conto del perché il colpevole abbia commesso un’azione e del desiderio che porta il colpevole a commettere certe azioni. Il ‘900 è un secolo veloce, solo di cartelli: questo è frocio, questo è ebreo, questo è armeno, questo è terrone, questo è maghrebino, questo è extracomunitario. Ma perché un extracomunitario viene qui? Perché noi abbiamo colonizzato la loro terra e li abbiamo sfruttati per 700 anni. Prima o poi possono pensare di venire da noi. Possono pensare: vado là, senza sfruttare nessuno, prendo una parte delle vostre briciole ed io vivo bene. Però è altro, è alieno, è nemico. Al taxista di Roma o di New York, se gli racconti che abbiamo bruciato “l’eretico”, a lui piace un casino. Il regista, invece, ha un mancamento, perché?
Prima di colpevolizzare, cerchiamo di capire che siamo noi colpevoli, di visione, di divinazione. Dopo, quando vedremo qualcun’altro colpevole della stessa cosa, probabilmente, non l’additeremo più.

Johnnie and Jane

Verso la fine del disco compare anche la canzone d’amore. Non a lieto fine.Siamo in una storia contemporanea. Te, Johnnie, giochi ai cavalli ed io, Jane, me ne vado, perché non resisto più. Però poi devo vederti, se no poi come faccio a vivere. Vittima e carnefice. Ciò che inizia non finisce mai.

Ma finisce, lei muore.
No, non muore.

E i fiori che Johnnie mette sul marmo bianco?
Be’, lui mette i fiori che le aveva comprato per chiedere scusa, in cucina, sul ripiano di marmo e dice, “ma porca miseria se n’è andata via un’altra volta, è la centocinquantesima volta che se ne va!” (un attimo di silenzio e ridiamo). È una storia ambientata nell’America del 1998. L’idea era proprio quella di quanto l’uomo sia legato al proprio tormento. Le relazioni anche perverse sono di coppia, sono di gruppo. Perché la scelta è sempre personale, quindi se la tua scelta personale è di entrare nel delirio dell’altro, diventa una scelta di gruppo, anche se formato solo da due persone. In questo caso c’è un rimando a Calvino, alla leggerezza. Alla fine c’è sempre un alito di leggerezza che viene a salvare l’eroe. In questo caso l’eroe, anche se immerso in una realtà greve, quella delle scommesse clandestine sui cavalli, vede arrivare la salvezza su un cavallo bianco, sul quale si basa il futuro economico della coppia, e la porta via, come Cirano de Bergerac porta all’innamoramento l’interlocutrice del suo amico. Così come Perseo porta via Andromeda, o uccide la Medusa, volando. Una volta io avrei scritto in maniera assolutamente drammatica questo finale, ed invece sia qui che ne Il mare bellissimo, capisco quanto sia importante l’alba e la leggerezza. Non tanto nella scrittura, quanto nella vita. Oramai vedo più tratti comici nella mia vita che tratti drammatici.

Il mare bellissimo

Il viaggio senza destinazione, Hermann, lo farà per mare?
È lo scenario futuribile, finalmente l’uomo chiude gli occhi e per la prima volta dopo tanto tempo rivede un’alba. Chiude gli occhi nel freddo della costruzione di una città liquida, perché le città solide le abbiamo già viste, che noia! Per farla usiamo risorse ed energie mai usate prima che inevitabilmente portano alla distruzione. Gli uomini sono rimasti in pochi, si cercano ma non si trovano perché non sentono più e non vedono più. E nel momento in cui la fame e la sete tornano ad essere pregnanti la prima visione di Hermann non è quella di cercare qualcosa da azzannare, ma capire che è possibile morire felicemente vedendo l’orizzonte e raggiungere l’alto, il sopra delle cose.

L’invasore

Alla fine una sorpresa: una canzone non scritta da te, ma da Andrea Franchi, e cantata da Andrea stesso.
È una postfazione meravigliosa. Scritta, musicata e cantata, meravigliosamente, da Andrea. Una volta raccontata la saga di Hermann, di questo uomo guerriero, perseguitato e persecutore, detto ciò, cosa non ho capito, se continuo a sentirmi perso? Qual è la motivazione per la quale non sono in armonia? Perché mi sento invaso? Posseduto da qualcosa che non mi fa respirare, che mi permette soltanto una corsa ed un respiro cortissimo. Però l’ho vista l’alba, ed è bellissima. La domanda che si pone Andrea in questa canzone è altissima, ed è la chiave di tutto il disco: Hermann è debole, è debole perché non si riconosce. L’invasore non è il mondo esterno che gli va a chiudere gli spazi e lo fa diventare impaziente ed ansioso, ma è lui stesso, perché non si racconta, per cui non si riconosce e non trova gli spazi dei quali necessità. Bisogna capire questo. Bisogna dare un bacio all’invasore, perché significa riconoscersi. Non la canto io perché l’avrei cantata con troppa sicurezza e consapevolezza. Andrea è più convincente.
Tutte le varie chiavi di lettura del disco, sono anche nella copertina di Mauro Talamonti di Capicoia, di Franceso Prosperi di Blank, che faranno anche tutte le parti visuali nel concerto. Noi abbiamo fatto tutta la parte di musica e scrittura, ma loro ci hanno messo i loro occhi che guardano noi. Che guardano se stessi. Il progetto non è completo fino alla parte del concerto. L’idea è di dare molte chiavi di lettura, se uno vuole andare in profondità ne troverà tantissime perché è davvero una chanson de geste, per questo è così epica la copertina. Ma nello scoramento di quest’uomo ci sono le mani di una bambina, è questa la chiave di lettura più evidente. Nella realtà, le altre chiavi di lettura saranno dal vivo, dove l’uomo viene spiegato ed analizzato in maniera quasi matematica.
La chiave di lettura prinicipale è il riconoscersi, è l’avere se stessi finalmente come interlocutore a quel punto puoi procedere col desiderare e nel tempo puoi scegliere una strada per il tuo desiderare.

Usciamo da Hermann. Ti faccio ancora un paio di domande. Hai mai il “pensiero” che Dio possa esistere?
Io sono convinto che esista, lo chiamo solo in maniera diversa. Non lo chiamo Dio, lo chiamo sentire, in una concezione animista. Sono molto antico da questo punto di vista. Lo vedo in ogni cosa. Ritorno al maestro Saviane, che diceva che non esiste più credente di un ateo estremo. Io credo a tutto. I credo e mi stupisco ogni giorno di tutto ciò che succede. Non mi viene di chiamarlo Dio, mi viene di chiamarlo “ognicosa”.

L’ultima domanda è un po’ ermetica: hanno più dignità i vecchi o gli alberi?
Gli alberi, perché hanno più facilità nell’essere sobri. Anch’io so che sarò un vecchio insopportabile. Se scampo ancora un po’, a 70 anni sarò ancora più indignato di adesso e molto probabilmente, m’incazzerò tantissimo perché non verrà nessuno a chiedermi niente. Non avrò interlocutori. Non dico che bisogna tornare all’antica Grecia, nella quale il depositario della seggezza era l’anziano, anche perché non è che l’uomo anziano sia scevro da mancanza di saggezza. Però sono convinto del fatto che stiamo perdendo moltissime occasioni. Dal punto di vista della memoria, se è vero che l’uomo è la sua memoria, stiamo perdendo tante occasioni. Se avessi vissuto la mia vita studiando gli archetipi, i miti, ascoltandoli, avrei fatto le stesse cazzate, ma con una maggiore consapevolezza. Avrei vissuto le mie esperienze, anche sbagliate, più intensamente. Invece adesso non si è veramente, non si vive veramente, non si sente veramente. Hermann parla di questo.

 

La batteria del registratore è al limite, c’è un micron di tacca sul simbolino che indica l’autonomia, ed è rosso intenso. Spengo. Sono ormai le tre del pomeriggio, bisogna tornare ad Arezzo. La sera sono previste prove. Di cosa, non sono sicuro. Neanche Paolo lo è. Lasciamo il tavolino del bar e gli anziani che giocano a carte. Ci infiliamo in macchina, da due ore posteggiata al sole. Esco nuovamente un attimo per togliermi il giaccone e rientro. Mentre accende il motore e mi metto la cintura, con il movimento, lo sguardo si volge fuori dal finestrino, inconsciamente, verso il parco giochi. Una bambina con un Montgomery verde, a sedere sull’altalena, si gira, riconosce Paolo e lo saluta. Lui ricambia.  Chiedo: “La conosci?”. “Lucilla. Te l’avevo detto, non si sa mai.”

Il tour dei Paolo Benvegnù inizia l’11 marzo a Roncade (TV) “New Age”

le date successive:
12/03 Madonna dell’Albero (RA) “Bronson”
19/03 Montepulciano (SI) “Mattatoio 5”
25/03 Poggiomarino (NA) “Poseidon Club”
26/03 Modugno (BA) “New Demodè”
28/03 Roma “Circolo degli Artisti”
31/03 Torino “Hiroshima”
01/04 Trezzo sull’Adda (MI) “Live Music Club”
02/04 Firenze “Viper”
08/04 Modena “Vibra

 

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