Intervista a Steven Wilson (Pistoia Blues 2013)

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Intervista a Steven Wilson

Pistoia Blues

5 luglio 2013

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Nella sua terza giornata il Pistoia Blues Festival ospita il prog con due figure fondamentali, mi verrebbe da dire l’Alfa e l’Omega, ma  non vorrei sembrare esagerato: Van der Graag Generator e Steven Wilson con il suo nuovo disco, The Raven that Refused to Sing, album che prende a piene mani ispirazione dai suoni delle più leggendarie band prog della storia. Non sono suoni polverosi e stantii, ma brillanti e nuovi. Se non vi piace il progressive, non vi piacerà neanche il suo disco. Però vale la pena provare. Sei canzoni, sei storie gotiche di fantasmi di fine secolo scorso, una specie di antologia di letteratura con la miglior colonna sonora possibile.

Incontro Steven Wilson per l’intervista e subito dopo le presentazioni, mentre sto preparando il registratore, mi volto e mi trovo di fronte un signore alto, magrissimo, capelli corti, tutti perfettamente bianchi. Mi porge la mano e si presenta “Hi, I’m Peter” , “I’m Antonio, nice to meet you”. Mi sorride, chiede scusa, si volta e si allontana per  andare a fare il soundcheck con i suoi compagni. Col cuore gonfio e lo stomaco chiuso, premo rec ed inizio a fare domande a Steven Wilson, seduto di fronte a me, scalzo e sorridente.

RockShock. Ascoltando il tuo nuovo disco ho avuto come l’impressione di guardare un vecchio album fotografico. Le foto però, pur essendo dell’epoca dell’album, è come se avessero dei colori brillanti e vivi con elementi contemporanei. Uso le foto ed i colori come metafore delle canzoni e dei suoni, ovviamente. É possibile riconoscere elementi di quasi tutti i grandi: Genesis, King Crimson, Yes e compagnia bella. Nella realizzazione del disco era tutto programmato o è stato il subconscio a guidare?

Steven Wilson. Tra tutti i dischi che ho realizzato, questo è probabilmente quello che più si avvicina al modo di scrivere e suonare della “vecchia scuola”.  I punti ri riferimento sono chiaramente quelli degli anni ’70, l’”età d’oro” della musica progressive, interpretati però in chiave contemporanea. L’ho fatto in maniera cosciente? Sì, ma c’è anche una parte di interferenza del subconscio. Negli ultimi anni, mi sono ritrovato a lavorare al remixaggio surround di un sacco di musica di quell’epoca: King Crimson, Jethro Tull, Emerson, Lake and Palmer, ora sto lavorando a Close to the Edge degli Yes, che dovrebbe uscire ad ottobre. Così la mia testa è completamente piena di questa musica. Se pensi all’azione del creare, essa non è altro che la realizzazione, l’emanazione dell’elaborazione di tutto ciò che hai assorbito fino a quel momento, ed io mi ci sono infilato dentro fino al collo nella “vecchia scuola” per remixarla. Quando dopo qualche settimana mi sono ritrovato in studio per scrivere la mia musica, la mia testa era ancora piena di quei suoni. In realtà è un po’ limitante parlare solo di suoni, dovrei dire di tutta la “consistenza”, di tutta l’atmosfera di quel periodo: hammonds, Mellotron, le chitarre acustiche, le 12 corde. Quindi direi che è ambedue le cose: sia una pianificazione ma anche una produzione indotta dal subconscio.

RockShock. Anche l’artwork del disco sembra uscire da una rielaborazione in chiave moderna di un classico del prog, la copertina di In the Court of the Crimson King, incrociata con l’urlo di Munch.

Steven Wilson. In questo caso è più una coincidenza perché colui che ha fatto l’artwork, Hajo Mueller, non ha familiarità con il mondo King Crimson. Con Munch sicuramente sì, ma con i King Crimson non credo. Tutto il disco, compreso ovviamente i testi, fa riferimento all’epoca delle “storie di fantasmi” di fine diciannovesimo secolo, primissimi inizi del ventesimo, ed io stavo leggendo un sacco di quella letteratura, come Algernon Blackwood, pieni di racconti sulla paura della mortalità e sulla angosciante sensazione della perdita e della sconfitta. Come ho detto i testi si rifanno al classico periodo del gotico britannico e l’artwork si collega direttamente ai testi. Ho chiesto ad Hajo di creare l’artwork basandosi su questa idea: “pensa di entrera in un negozio di libri antichi e di poter accedere alla parte più vecchia del negozio. Immagina di cercare e trovare libri di racconti di fantasmi del 1920, come sarebbero fatti? Che tipo di illustrazione avrebbero? Io voglio qualcosa di quel genere”. Il risultato ce l’hai sotto gli occhi. Per cui l’urlo di Munch potrebbe essere anche un punto di riferimento, I King Crimson è una coincidenza.

RockShock. C’è un’altra coincidenza. Nel disco c’è Alan Parson come recording engineer, che nel 1976 uscì con un progetto in un certo senso simile: Tales of Mistery ed Immagination by E.A.Poe.

Steven Wilson. Assolutamente una coincidenza, perché Alan è stato coinvolto quando oramai tutto il materiale era già stato scritto. Anche nel suo disco c’è il corvo che poi è un cliche. Il corvo è un elemento ricorrente in tutta la fiction gotica, così come la luna ed i fantasmi. Per me il corvo è il simbolo della “morte imminente”. Nella canzone The Raven that Refused to Sing, l’idea che per l’uomo anziano si stia avvicinando la sua fine è rappresentata dal corvo che inizia a fargli visita, il quale incarna lo spirito della sorella morta del protagonista. Io adoro tutti questi simboli.

RockShock. So che non credi ai fantasmi, però sembra tanto che tu ci voglia credere. Almeno all’idea del fantasma come dimostrazione di una possibilià di esistenza dell’aldilà.

Steven Wilson. Non sono sicuro di credere al 100% ai fantasmi come prova dell’esistenza di una “vita dopo vita”. Non penso di poter credere all’idea di un aldilà, ma sono innamorato dell’idea romantica del fantasma, dell’idea di lasciare qualcosa oltre, qualcosa di impresso. È una dolcissima metafora del senso di rimorso, del senso di perdita, di sconfitta, di irrisolto e questi temi sono il cuore pulsante di tutto il disco. L’orologiaio (l’uxoricida protagonista della canzone The Watchmaker, n.d.r.) ha vissuto per 50 anni con una donna che non aveva mai realmente amato, della quale non gli è realmente mai fregato niente. Il senso di rimpianto che quest’uomo ha è incredibilmente potente. La uccide e lei ritorna: “Siamo stati 50 anni insieme, non ho intenzione di andare via adesso”. Come dico sempre, i miei fantasmi non parlano dei morti, ma dei vivi.

RockShock. Cosa conosci del Prog Italiano?

Steven Wilson. Non sono un grande esperto, a dire il vero, devo ancora essere ben edotto a riguardo. Ho molta familiarità con la PFM e gli AREA, ho un paio di dischi degli Arti e Mestieri. Devo ancora ascoltare bene i dischi del Banco, non li conosco benissimo. Così come The Trip. Sto ancora studiando.

RockShock. Non ti faccio domande sul significato delle tue canzoni, che è chiarissimo sin dall’inizio poiché sono veri e propri racconti. Però ho dei dubbi da risolvere. Essendo appassionato di C.S.I. ho ben chiaro cosa sia il Luminol (la sostanza chimica rivelatrice di tracce organiche usato dalla Polizia Scientifica). Perché questo titolo ad una canzone che parla, in estrema sintesi, di un musicista di strada che muore nell’indifferenza del resto del mondo?

Steven Wilson. Se ci pensi bene il Luminol lo puoi considerare come quella sostanza che riporta i morti in vita. Nel senso: è una sostanza chimica che serve a rivelare le sostanze organiche, le tracce che sono rimaste di una vita, in pratica un fantasma. Mi è piaciuto molto il contrasto tra lo scientifico e la superstizione.

RockShock. Nella canzone The Pin Drop, l’accumulo di stress scatena una violenta reazione che porta ad un omicidio. Mi piacerebbe sapere qual è il tuo modo di gestire lo stress.

Steven Wilson. Non mi stresso facilmente, sono molto equilibrato nei miei stati emotivi: non mi eccito incredibilmente, così come non ho delusioni profonde. È buffo perché ho vissuto sei mesi in Israele, qualche anno fa, e loro hanno la tipica indole mediterranea. Loro sono o completamente eccitati o completamente depressi. Deve essere molto stressante avere un’indole così “bipolare”. Penso di essere in grado di incanalare l’energia nei processi creativi, senza lasciare che si accumuli. Sono un persona felice. Certo, sono sotto stress, come lo siamo tutti. Se vivi nel ventunesimo secolo non lo puoi evitare. Il mio stress deriva dalla necessità di aver sempre tutto sottocontrollo, ma sono felice di farlo. In ogni caso, credo che ascoltare la musica sia la cosa che più mi fa rilassare, e nonostante tutto, ho sempre un gran desiderio di conoscere nuova musica. Nuova musica che scopro soprattutto nel passato. Sì, c’è buona musica anche adesso, ma non come nel passato. Probabilmente è un fenomeno legato all’invecchiare. Oggi ci sono nuovi gruppi che fanno musica che riprende elementi del passato, ma non la fanno bene come la facevano all’epoca i gruppi originali. Qualcuno potrebbe dire la stessa cosa del mio disco, che si basa sulla golden age del prog. Ma io ci sento mescolate anche le influenze che ho subito dopo, dagli Aphex Twins ai Nine Inch Nails. Queste influenze mi sono servite per ridare freschezza a certi suoni.

RockShock. Cosa significa per te condividere una piazza con i Van Der Graaf Generator, a tutti gli effetti uno dei gruppi che fanno parte della generazione di musica che hai preso a modello per il tuo lavoro.

Steven Wilson. Non è la prima volta che suono con loro. È una sensazione difficile da articolare, come quando mi chiedono sui remix dei gruppi storici. Ovviamente è stupefacente. Per me è come un cerchio che si chiude. La musica con la quale sono cresciuto e che ha arricchito il mio DNA musicale,  diventa oggetto del mio lavoro e così posso dare il mio contributo ed entrarci veramente dentro, entrare a farne parte. Come restaurare la Capella Sistina, riportandola ai colori veri, ma senza cambiarla. La sensazione strana è che con coloro che erano i miei punti di riferimento, adesso posso considerarmi come uno del gruppo. Lo so che sto per dire una cosa che è un cliche, ma la dico in ogni caso: quando li conosci capisci che sono persone come tutti gli altri, sono semplici essere umani, coi loro pregi e con i loro difetti. Una cosa, invece, che invidio a loro, è di appartenere a quella generazione. Vorrei averne potuto far parte, perché credo che una generazione come la loro non tornerà mai più. Quel “mood” non tornerà mai più. Anche perché sono il risultato di una combinazione di circostanze storiche, sociali e musicali che non si ripresenteranno mai più. La musica subito dopo l’uscita di Sgt Pepper’s e di Pet Sounds, con l’influenza e la riscoperta del jazz, cose mescolate tutte insieme, hanno innescato un’energia creativa non più riproducibile. Loro sono stati fortunati ad avere la giusta età in quel periodo, per creare una band ed avere una così vasta possibilità di strade creative da esploreare. Poi tutti quei nuovi strumenti: sintetizzatori, mellotron. Ho paura di dovere dire che noi facciamo musica in un’epoca dove tutto ciò che poteva essere fatto è stato fatto. Non credo che potrà essere fatto qualcosa che potrà veramente, sinceramente sorprendere il mondo della musica. Anche con le contaminazioni, credo che la strada sia senza uscita. Tutti i possibili ibridi sono stati creati:hip-hop e country music, è stato fatto, Death-metal e folk, è stato fatto. Forse non è stato ancora fatto progressive e country. Be’ se penso ai Wilco, forse è stato fatto anche quello. Tornando a loro, ai paladini della “golden age”, li invidio perché facevano musica che era veramente innovativa ed all’avanguardia. Oggi, qualunque cosa tu faccia, non sei in grando di fare qualcosa di veramente strabiliante. Ci sarà sempre qualcuno che lo commenterà con una smorfia di sufficienza.

RockShock. Ho letto che non inizierai niente di nuovo fino al 2014. Cosa sarà il “nuovo”?

Steven Wilson. Credimi, sinceramente, non lo so. Vorrei tanto fare una colonna sonora. Quando lavoro ad una disco, il progetto che ho in testa è sempre pensato come se stessi raccontando la storia con un film, un approccio cinematografico alla canzone. Per me sarebbe un sogno lavorare con un grande regista, che ha una grande sceneggiatura per un film. Spero che un giorno possa accadere.

 

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