Morrissey: la recensione di I Am Not a Dog on a Chain

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Morrissey

I Am Not a Dog on a Chain

(BMG)

pop

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Morrissey: la recensione di I Am Not a Dog on a ChainFinalmente, dopo anni di dichiarazioni discutibili, polemiche di vario genere e cadute di stile imperdonabili, si torna a parlare di Morrissey artista, con quella che potremmo definire, senza possibilità di smentita, la restaurazione del suo ruolo di popsinger che veste in maniera invidiabile.

Ed eccoci quindi a I am not a dog on a chain, tredicesimo capitolo solista di Morrissey, primo materiale originale da Low in high school del 2017, prodotto da Joe Chiccarelli, professionista di lungo corso che ha lavorato con artisti del calibro di Stan Ridgway, U2, Beck, Glenn Frey e Whites Stripes e vincitore di tre Grammy Awards e sette Latin Grammy Awards.

Un produttore capace di rinnovare in qualche modo anche lo spirito creativo del vecchio Moz che in questo disco non teme le sperimentazioni ma anzi le percorre con molta grazia, sfiora a tratti l’avanguardia, interseca i generi più disparati, include strumenti imprevedibili come le trombe mariachi e gli assoli di sax psichedelico portati all’eccesso che sposano magistralmente la voce straordinaria di Thelma Houston, vangelo della leggenda Motown.

Intorpidirsi, insomma, nella propria confort zone, in ambito politico e musicale, riguarda ormai il passato di un artista che avrebbe potuto facilmente incrementare il suo faithful cult con motivetti accattivanti per mezzo del solito indie pop reiterato fino alla noia o il più sfrontato ed elementare rockabilly.

I am not a dog on a chain parte con un brano estremamente azzeccato, Jim Jim falls abbraccia l’elettronica mettendola al servizio della voce di Moz, piena di sfumature e perfettamente adeguata al mood, il risultato è davvero notevole, uno di quei pezzi che suonano tondi.

Love is on its way out racconta con dovizia di particolari la preoccupazione di Morrissey per la morte dell’empatia umana (…i ricchi tristi, che vanno a caccia, abbattono elefanti e leoni).

Il singolo, Bobby, don’t you think they know sembra quasi parlare di sé stesso, o forse è solo una mia impressione (…Bobby, non pensi che lo sappiano? Ma, oh, il piacere che ci procuri ogni volta che canti per noi, lo sanno tutti che non stai prendendo in giro nessuno. Signore, abbi pietà dell’uomo…). Il sax esplode fragoroso a metà del racconto sonoro e le svirgolate vocali di Thelma Houston volano talmente in alto da far vibrare anche le orecchie più passive.

La title track così come My darling days are done mi riportano alle ambientazioni sofcelliane di Non-stop erotic cabaret, addirittura nella seconda risuonano le stesse risatine ironiche di Seedy films (you on the screen…).

What kind of people, traccia smaccatamente smithsiana, immagina in maniera arguta le vite tristi e noiose delle pecore suburbane. Moz riflette e canta (…quale tappeto di fiammiferi illumina questa fogna? E quali estranei del commercio grossolano si agitano attorno a queste camere?).

Knockabout World è una sorta di presa in giro rivolta a chi non capisce di essere manipolato da un mondo che premia solo l’apparenza (…congratulazioni, sei ancora vivo, ti hanno preso a calci per ucciderti, hanno cercato di trasformarti in un obiettivo pubblico, per me stai bene, con i tuoi bei denti, in questo mondo da sballo…).

The truth of Ruth scava nei confini del nostro inconscio e nella capacità di ognuno di scoprire fino in fondo chi siamo e chi vorremmo essere se non fossimo stati educati a fingerci esattamente come ci viene richiesto per rimanere in un limbo di finta normalità (…la vita che conduci, semplice e insipida, tutto accade secondo i piani, ma alcune persone lottano solo per mettere radici, in un mondo mal equipaggiato per capire la verità su Ruth. Ruth è John, facciamo tutti quel che possiamo solo per andare d’accordo…). Il pianoforte iniziale ci scaraventa, con un lento incedere drammatico e cori alla suspiria, nel dramma personale di chi, in modo del tutto insano, sacrifica la propria identità per compiacere gli altri.

Malauguratamente, il finale del disco include un brano di oltre otto minuti, The secret of music, di sfrenata quanto irritabile avanguardia fine a sé stessa, accompagnata da frasi del tutto sconnesse (…sono un violino stonato, pan-pipe save a life, fagotto grasso cancella la stanza…). Evitabile, avrei preferito non conoscere il suo segreto sulla musica.

Non credevo di potermi di nuovo appassionare ad un lavoro di Morrissey, invece è successo…se riuscite a scindere, come sempre si dovrebbe, l’uomo dall’artista, I am not a dog on a chain riuscirà in qualche modo a sorprendervi.

Ripulitevi da qualsivoglia pregiudizio e ascoltate con animo immacolato.

L’informatissimo sito Morrissey Solo: https://www.morrissey-solo.com/

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