Metallica: recensione di 72 Seasons

72 Seasons dei Metallica: un caos troppo lungo, ostinatamente ordinato. Nelle tenebre però c'è un diamante puro e lucente. La luce che porta magari segnerà la via del futuro. Una recensione "doppia", in versione breve e in versione... per veri impallinati di Lars e soci.

Metallica

72 Seasons

(Blackened)

heavy metal, thrash metal, speed metal, progressive metal

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La mia recensione di 72 Seasons può essere lunga (e prolissa come il disco) o estremamente concisa.

Prima quella concisa.
L’ultimo dei Metallica non è un buon disco. Dopo aver assistito all’anteprima mondiale al Cinema Barberini di Roma (grazie, Radio Elettrica) e aver totalizzato una ventina di ascolti, posso dirti che questo è il terzo album peggiore della loro discografia. Peggio di questo c’è Reload (sotto il limite dell’accettabile) e Hardwired, scritto senza capo né coda, ravanando (seria aggravante) anche nei paraggi del suddetto Reload.
Poi viene 72 Seasons: scritto non completamente a caso, ravanando nei paraggi dei primi 5 con una spruzzatina di Load. Quindi nel complesso meglio del penultimo, dal quale però eredita parecchi difetti che hanno in comune.

Kirk involve disco dopo disco, tanto da aver sottratto a Lars il ruolo “del problema dei Metallica”.
Lars è sempre Lars, nel bene e nel male; a chi piace e a chi no. Per me in studio è sempre stato ok (su Justice eccelso). Live no.
James, viceversa, con gli anni diventa sempre meglio. Tanto superlativo nell’esecuzione quanto svogliato nel ricercare linee vocali efficaci. Però, ripeto, sul mero piano delle skills musicali, come dicono i giovani, “tanta robbba”.
Robert inappuntabile.
Produzione del suono ottima: ridotta all’osso, asciutta e concisa. Arrangiamenti pure ridotti all’osso (e questo va meno bene).
Per quanto riguarda la composizione stiamo all’opposto estremo: lenta, lunga e prolissa. Un paio di pezzi buoni. Altrettanti buonini. Poi caos, confusione e tante idee frammentarie (la maggior parte a dire il vero anche buone), accroccate con altrettanta confusione.

Se sei un ascoltatore/trice casuale di metal o i Metallica sono per te una band come tante, oppure conosci perfettamente i Metallica in tutti i loro corsi e non hai bisogno di ulteriori elementi (perché ci siamo capiti al volo), la recensione finisce qui.
C’è tutto quello che devi sapere, a mio avviso, riguardo il loro ultimo lavoro.
Se vai avanti (a tuo rischio e pericolo) ti becchi prima un’agonizzante rivalutazione di tutta faccenda [cit.] e (se sei proprio un temerario) ti becchi l’analisi integrale di tutto il disco. Traccia per traccia, ho smontato tutto 72 Seasons, quasi battuta per battuta. Ti considero avvisato/a. Pronto/a? Via!

Prima l’agonizzante rivalutazione di tutta la faccenda [cit.]

Tantissimi anni fa, più o meno quando i Metallica entrarono a far parte della mia vita, avevo una sciarpa della mia squadra del cuore. La parte posteriore recitava perentoriamente che la squadra in questione “Non si discute. Si ama”.
La fanbase dei Metallica non è così lontana da una tifoseria di calcio. I cori impressi nel bootleg di Buenos Aires del ’93 vi toglierebbero qualsiasi dubbio residuo al riguardo.

Quando esce un nuovo disco dei Metallica, la faccenda è mondiale e anche se, in linea teorica, dovrebbe essere recensito come qualsiasi altro disco nuovo, le cose non stanno così. Non si può prescindere dalla loro statura. Eh sì, perchè i Metallica sono riusciti a fare quello che nessun altra band è riuscita a fare: portare il Metal sulla bocca di tutti, anche di quelli che a malapena sono a conoscenza del fatto che esiste una musica fatta da capelloni, con le chitarre a punta, che strillano, che ruttano e che fanno i versi al contrario per arruffianarsi il satanasso.
La cosa più assurda è che nemmeno hanno reso worldwide quel Metal di cui sopra (quello del satanasso, per intenderci), ma bensì il metal estremo. D’accordo, il Thrash è l’“entry level” del metal estremo, ma di questo trattasi.
Sono riusciti nell’ardua impresa di rendere fruibile, nonché Mainstream, il Thrash Metal.
Un genere, uno stile e un suono che per persone, che a malapena riescono a masticare il rock, dovrebbe risultare totalmente inaccettabile.
Hanno suonato nei 7 continenti (poli compresi), si sono beccati un MTV Icon, nonché la diretta integrale del Rock Am Ring del 2003, solo per citare le prime 3 cose che mi vengono in mente. Traguardi totalmente impensabili per qualsiasi altra band a loro affine o naviganti nelle acque oscure e tumultuose di quel tipo di Metal estremo.

E questo lo hanno fatto iniziando dal nome. I non avvezzi non avevano capito se fosse il nome di una fanzine o di un genere musicale e quella radice “Metal”, contenuta nel nome, fu per tanti un’autentica dichiarazione di intenti. Un manifesto programmatico.

Cliff Burton li costrinse a traslocare a Frisco e loro riuscirono a condensare in un unico disco, di esordio, quasi tutto quello che c’era in giro in quel momento: il suono della Bay Area. NWOBHM, Punk, Hardcore e Hard Rock di stampo 70s totalmente fusi insieme con un’unica e innovativa forza di propulsione, dirompente e definitva. Non uscirono fuori dal nulla (in giro c’erano Exodus, Possessed, Anthrax, Slayer…), ma nessuno riuscì a rendere immediata e catchy quella bomba sonica che avevano tra le mani.

Con Ride allargarono la visione compositiva, da una parte consegnando ai posteri il concetto di Metal Ballad, dall’altra, con FFWF, componendo l’autentico prototipo di Metal estremo, che nel lato opposto del continente (in Florida) sarebbe diventato il Death Metal. Non solo. For Whom raccontava un certo sentimento Western che non avrebbe più abbandonato la band. Ancora oggi con Inamorata.
Anche questa peculiarità, più unica che rara nel movimento, ha aiutato a rendere più connesso il loro mondo, con il resto del “Rock” (vedi più avanti il black album e tutto il revival da estremo west dei 90s).

Con Master, loro apice indiscusso, hanno iniziato ad introdurre strutture progressive all’interno del metal estremo, anticipando di un anno gli Atheist.
Poi hanno perso Cliff e, per tanti, i Metallica finirono in quel preciso momento.

Con Justice hanno consegnato al mondo un altro prototipo: quello di album al confine tra il metal estremo e il Progressive Rock. 7 mesi dopo usciva il primo dei Dream Theater.

Con il Black Album hanno sacrificato tutto il possibile della componente estrema, allo scopo di offrire un codice di decrittazione del linguaggio del Metal a tutto il resto del mondo (poco) che li aveva ignorati fino a quel momento. Botto mondiale. Nero come il buco che ha aperto e che ha attratto e invorticato almeno due generazioni verso il mondo del metal. Non solo. Di nuovo un prototipo: questa volta del groove, dell’alternative e del Nu che avrebbe dominato la scena per i 15 anni a seguire. Non solo. A posteriori il Black Album è uno degli esempi più drastici di cosa può succedere a un musicista: hai giocato con il fuoco e adesso ti sei bruciato. Adesso non si torna indietro e resti incastrato.
Persero, nella migliore delle ipotesi, almeno il 50% dei fan storici, guadagnandone milioni e milioni di nuovi.

Ecco perchè i Metallica sono riusciti a dominare e ad avere ancora oggi un’attenzione e un successo mondiale inedito per una band metal.
Ecco perché a fronte di una minoranza di detrattori, i Metallica non si discutono, si amano. Il Mainstream imparò a conoscerli e in una – tutto sommato – comfort zone ha trovato il posticino esatto per loro.
C’è il Pop (tanti), c’è l’Hip Hop (forse anche di più), c’è l’R&B (perchè tanto serve sempre pure quando è di plastica), c’è il Metal (Metallica e sto! Va benissimo così) e tanto altro ancora. Ma, laddove per i generi accessibili ci sono stati un ricambio e una simultaneità di tante realtà diverse, per il binomio grande pubblico/Metal c’era un solo posticino possibile. E questo posticino, dal Black Album in poi, è rimasto sempre e solo il loro.

Con 5 dischi in meno di 10 anni hanno dimostrato fattivamente un unico concetto: Si può fare!
E poi? E poi non ci sono più riusciti, e così si arriva alle due stelle e mezzo che valutano questo ultimo lavoro.

Con Load (meglio) e Reload (troppo troppo peggio), parole di James, hanno cercato di cancellare quello che erano, per essere ricordati insieme a gente come Jimmy Page.

Con St. Anger hanno provato a demolire tutte le sovrastrutture che avevano messo sopra, vomitando un disco di una furia insensata. Totalmente destrutturato nella composizione, inaugurando il filone del “riff to song”. Altro esempio di gioco con il fuoco che porterà la bruciatura a scoppio ritardato. Oggi.

Con Death Magnetic hanno di nuovo cancellato tutto, tirando fuori un autentico capolavoro assoluto (ma a quanto pare sono uno dei pochi a pensarla così), di fatto azzerando tutto quello che c’era stato dopo Justice. Stavolta nessun prototipo ma io ero felice come una pasqua lo stesso. A quel punto anche St. Anger aveva assunto una nuova luce e sarebbe andata di lusso anche così: spaccare tutto per ricostruire bene quelle cose che, altrettanto bene, sapevano fare un tempo. Revival? Forse. Ma se fatto così ci si può stare e alla grandissima. Era solo una parentesi.

Il suddetto “riff to song” ha ripreso il sopravvento sulla composizione di insieme del pezzo.
Hardwired e 72 Seasons sono entrambi affetti da questa gravissima patologia teoretica.
Tradotto: sono due dischi buoni presi di minuto in minuto.
Tradotto ancora: montagna di micro materiale (riff, riff, riff….ancora riff), per la maggior parte davvero buoni, assemblati in un secondo momento in un patchwork infernale quasi privo di coerenza. I passaggi che ascolterai (una volta ispiratissimi, che collegavano in modo armonico tutte le varie sezioni dei pezzi) sbugiardano la pochezza compositiva.

Sbugiardano l’assenza della visione di insieme. Avere il bisogno di suonare tantissime battute per passare da un ritornello ad un Solo (o una nuova sezione) smascherano l’indecisione e confermano che quei due momenti, che volevano collegare, chissà da quali jam session, distanti magari mesi, venivano fuori.
Se vuoi avere un’idea chiara dell’ispirazione di questo disco, insisto, sono le transizioni che devi ascoltare. Ti renderai conto che spesso sono delle macchinazioni assurde, simili a giri di parole grossi come gli anelli della NASCAR, che con grandissimo sforzo cercano di rendere naturale un contesto che non esiste. E cioè che quelle due sezioni del pezzo in esame non fanno parte di un disegno globale compositivo. Non hanno preso un riff, un’idea, e l’hanno sviluppata allo sfinimento (cosa saggia e giusta). No. Una volta buono lo hanno messo da parte e sono passati al prossimo. E così via e così via. E questo a mio avviso spiega molto bene anche il perchè della fiacchezza delle linee vocali.
Seppur magistralmente interpretate da James, sono melodicamente a tratti senza senso, rispetto a cosa si sta ascoltando sotto. Scollegate dalla musica, ma anche dalla logica che imporrebbe che strofa, bridge e ritornello abbiano una esatta gerarchia da rispettare e pertanto inequivocabilmente riconoscibili. In un caos confuso e ostinatamente ordinato come questo, capirai bene perché anche i Soli di Kirk risultino avulsi, ripetitivi (da anni ormai), gratuiti e, come sopra, a tratti senza senso.

E allora? Addio Metallica? Nemmeno per nulla. Sono in formissima e nonostante i limiti tecnici, le età anagrafiche, il fatto che non abbiano più il ruolo di innovatori (e forse nemmeno quello di riuscire a stare al passo con i tempi), possono fare ancora grandi cose. Per loro sogno un futuro come quello che è stato per l’ultima parte della carriera dei Motörhead. Facevano dischi buoni e meno buoni, ma nel bene o nel male erano sempre i Motörhead. Fossi nei Metallica lascerei la voglia di stupire e innovare alle nuove leve e mi concentrerei a fare dischi e a fare quello che gli viene meglio: menare come fabbri maledetti. Tornare sotto massimo i 5 minuti a pezzo e riguadagnare il dono della sintesi. Perché la chiarezza d’insieme non può assolutamente prescindere dalla sintesi. Se la si abbandona, si sbraca. Ci si concedono delle licenze, tutto sommato a basso costo (fabbricare riff è il loro mestiere da sempre), e si gira in tondo senza arrivare a nulla.

Nessun minuto di musica all’interno di questo lavoro lascerà un’impronta significativa nella storia del Metal, men che meno della musica. Nessuna impronta sulla sabbia del tempo, laddove Master, One, Enter, Seek e Fade hanno lasciato solchi profondi ed eterni. Che ancora oggi, se li osservi con gli occhi giusti, ti comunicano una sola cosa: grandezza.
E allora? Come uscirne? Forse con un produttore che abbia il coraggio di prenderli a calci nel culo opponendo i famosi e sanissimi NO. Rubin, leggenda narra, lo abbia fatto con Death. E il disco a me è piaciuto molto. Greg Fidelman collabora da una vita con Rubin, e conoscendo la strana mela, l’albero non può essere lontanissimo. Non è un nome altisonante come quello di Rubin ma ha fatto lavori di assoluto valore, sia come produttore (Slipknot su tutti) che come ingegnere del suono. Ciò non toglie che come produttore, a mio modesto parere, ha fallito (per la terza volta dopo Lulu e Hardwired) laddove Rubin aveva riaperto uno spiraglio. Non si può avere una macchina d’epoca di questa bellezza e non farla girare come si deve.

L’obbligo assoluto di un appassionato deve essere l’onestà. La forma più pura di devozione ad un artista deve passare, per il suo bene, per le critiche costruttive. Quindi se non l’ha fatto Fidelman lo faccio io. Quindi se non lo farà il Mainstream lo faccio io.
Magari sarà disco dell’anno. Magari venderà tantissimo. Qualcuno griderà al capolavoro. Tutti effetti collaterali del discorso di qualche riga fa: non riusciranno a distinguere la musica dalla statura della band.
Alcuni, i più furbi, lo faranno di proposito. Il Mondo Metallica ormai è in quel famoso posticino e la “quota rosa” è a posto così. Non sia mai dovessero ricominciare tutto da capo con qualcosa che poi alla fine non è capito e non vende, o non streamma abbastanza.

I Metallica per una larghissima parte dei loro affezionatissimi non si discutono, si amano. Io che metto in discussione tutto (soprattutto quello che più è importante per me) li discuto. Se non posso fare a meno di amarli, perché li amerò alla follia per sempre, almeno li discuto. Sempre nella speranza che un giorno ritrovino la via maestra.
Se hai superato anche l’agonizzante rivalutazione di tutta la faccenda [cit.] ecco la recensione, pezzo per pezzo.

72 Seasons:
35 battute che ricordano da vicino Black Magic degli Slayer, aprono magnificamente il pezzo e il lavoro (sì, 35 battute…).
10 battute da far tremare i polsi in puro stile Thrash e a seguire una terza intro con un mezzotempo tirato.
Dopo un secondo giro, su una rullata (bah) finalmente arriva la voce di James al minuto 1:37.
Strofa efficace, bridge rallentato con breakdown da paura e ritornello instant catchy.
Si riparte a palla di cannone e si ripete tutto fino al prossimo ritornello che spezza con una modulazione interessante (che dura il doppio di quanto dovrebbe, ma le orecchie sono fresche e passa). Il primo Solo di Kirk apre bene ed è interessante nella parte più melodica e armonizzata. Break e si ricomincia da capo.
La chiusura arriva precisa a 7:39.
Con il senno di poi sforbiciabili di almeno 1 minuto, ma ripeto le orecchie sono riposate e il pezzo funziona molto bene. Voto 8-

Shadows Follow:
29 battute di intro (le cose iniziano a mettersi male) che suonano quasi da ostinato.
Riff che ricorda quello di Enter, un pochino più accelerato, e linea vocale sulla melodia che arriva, ancora, dopo un minuto di pezzo. Entrambi, riff e linea, fiacchi e già sentiti.
Ripetuto tutto 2 volte (…).
Si arriva al bridge e al ritornello riusciti davvero molto bene.
Di nuovo strofa, bridge e ritornello. Cambio SpaccaCollo alla Creeping, già pensato in ottica stadio e cori.
A seguire una fase interlocutoria che inizia e finisce come se niente fosse e poi Solo.
Nulla di eccezionale sotto una mare di wah wah già sentito milioni di volte. Ripresa. Altra fase interlocutoria e altri due giri di bridge e ritornello.
Il pezzo sarebbe finito. Invece no. altri 40 secondi di chiusura che non aggiungono nulla a quanto appena sentito.
Ignorando ancora il senno di poi, un pezzo buono, ma già si avverte una certa stanchezza di ascolto. Voto 7

Screaming Suicide:
46 battute (…) tra intro e riff (davvero bello) alla Diamond Head vecchia maniera; ancora è quasi 1 minuto, la musica da ascoltare prima che arrivi James.
Lunghetta di nuovo ma scivola bene. Lars poi sfoggia un pattern di doppia cassa che movimenta e quindi ci sta.
Strofa buona, ma bridge meglio. E poi ecco. Cominciano gli stacchi buoni solo per raccordare il ritornello, troppo debole, che esce quasi a caso, rispetto a quanto sentito.
Riffone di nuovo. Wah Wah a pioggia e strofa, bridge (ma davvero fico), stacco e ritornello di nuovo.
Ingresso a 2:50 di effetto e primo Solo (nulla di eccezionale). Ancora voce (boh). Di nuovo Solo: stavolta meglio, più melodico e vagamente ispirato al fraseggio di Blackmore, fino a quando non divaga in qualcosa che ricorda tremendamente quello di Horsemen.
Fase interlocutoria (alla “Where do we go now?”) e ripresa. Il pezzo sarebbe finito a 4:50, ma ci mettono un altro minuto per arrivare alla chiusura.
Prime tracce di confusione e di accrocco. Il ritornello davvero fiacco e fuori contesto aggiunge un meno al voto finale. Voto 7-

Sleepwalk My life Away:
Intro interessantissima. Sembra di respirare aria nuova, salvo poi ripetere tutto allo sfinimento con piccole variazioni (la migliore il Killswitch sulla chitarra di James).
A 55 secondi mi prende un colpo con Enter Sandman rediviva, zombizzata e rimasticata.
Stacco e di nuovo Solo fine a se stesso per arrivare ad una strofa senza colore.
Bridge buono, nettamente più incisivo del ritornello (pure raddoppiato) senza nessuna spinta. E siamo a due volte che il bridge convince più del ritornello.
Di nuovo strofa, bridge e ritornello.
Break fuori contesto e ancora senza spinta ad annunciare il Solo, anonimo tanto quanto.
Terzine su pentatoniche, bending e pulloff a raffica (nemmeno Chuck Berry insisteva così tanto) e solita confusione.
Break buono ma mortificato dall’eccessiva lunghezza che ne diluisce l’impatto.
Bridge ritrovato con tanta fatica (loro e nostra che ascoltiamo) e ancora ritornello.
Pezzo finito a 6:10? No. Due avanzi li trovano da chissà quale session per ancora un minuto.
Sconclusionato e autoriferito nel modo peggiore. Il momento peggiore del disco, penso. Ma solo perché non avevo ascoltato la traccia dopo. Voto 2.

You Must Burn:
Si ricomincia con una intro lunga almeno il doppio del necessario e il secondo colpo arriva fortissimo. Un ibrido, tipo La Mosca di Cronenberg, tra Harvester e Sad But invade le orecchie come quando si sogna qualcosa di estremamente reale. Così uguale e così diverso insieme. Davvero fastidioso.
50 secondi per aspettare James che allo stesso modo sembra uguale e diverso da tante cose che è già stato. Davvero fastidioso.
Bridge scollegato e ritornello ancora più fuori tema. In aggiunta: nessuna dinamica e movimento.
Non era un equivoco perché ripetono un secondo giro, di tutta la solfa, identico. A 3:16 comincia l’agonia della transizione senza senso che si risolve a 3:40.
La sezione che parte è l’unica cosa che si salva, fino alla nenia che hanno dovuto per forza aggiungere. Poi una lenta attesa che arrivi il benedetto Assolo.
Si avete capito. C’è un intro al Solo. Il Solo (solite cose sentite nel Black Album) e c’è pure un outro del Solo.
Bridge e ritornello rifanno capolino completamente a caso e sebbene il pezzo sia finito, come al solito i 40 secondi extra per concludere non tardano ad arrivare.
Un pezzo di un’inutilità unica al mondo. Senza, avrebbero fatto un disco da 1 ora e 10 più buono. Voto 1-

Lux Aeterna:
Finalmente. Il pezzo migliore del disco senza se e senza ma. Non a caso il più breve e conciso. Sarà una coincidenza?
Partenza senza pietà. Schiaffi a destra e a manca. Omaggio a Overkill. E aggiungo che dopo aver preso ispirazione sin dal primo vagito, era ora che lo facessero.
Perché la verità è che No Motorhead => No Metallica. Quindi tributo più che gradito.
Riff e stacchi da paura fino alla strofa davvero killer. Bridge devastante e ritornello da “tiro per aria tutto quello che trovo”.
Stacco e altro giro. La seconda volta arriva ancora più forte.
A questo punto si fa anche caso che quella voce non suonava così caustica, dai tempi di Kill’em. Meraviglia. Stacco da manuale e Solo. Quest’ultimo non il massimo. Già sentito nei meandri di Ride.
Nel complesso però bene l’attacco sulle note e tutto sommato conciso e diretto (Signore grazie).
Tra 2:10 e 2:20 una piccolissima indecisione, in linea con tutti gli altri pezzi. Ma stavolta la risolvono in un attimo. Troppo corto il pezzo per divagare. Troppo alto il muro sonoro da rialzare, per andare a finire di radere al suolo quello che è rimasto in piedi, dal primo schiaffo volato 2 minuti e 20 secondi fa.
Terzo giro. “Amplification lightning the nation”: beh…su nation la voce si incattivisce e la nota che pesca rimanda a tantissimi anni fa, quando urlava: Hit the Lights. Una sottile crepa sul cuore si apre. Immenso James.
C’è tempo ancora per un’ultima finezza: la rullata che introduce l’ultimo ritornello raddoppiata in numero di colpi, per sottolineare l’ultima esplosione del pezzo.
Stacco. Ancora omaggio ad Overkill (grazie) riprendendo di nuovo con la doppia cassa.
Chiusura. Restano solo macerie e tutti a casa. In una parola sola: Metallica.
Melodici e devastati, così bene insieme, solo loro. Voto 10

Crown of Barbed Wire:
Dopo un pezzo simile la sensazione è quella di andare a dormire presto, l’ultimo giorno di vacanza, perché domani ricomincia la scuola. Una gran seccatura.
Tre intro in successione, per un totale di un minuto abbondante, introducono una strofa talmente fiacca, che pensi di dover fare un controllino alla minima.
Poi arriva il bridge scontato come le tasse e un ritornello che mette in dubbio tutto.
A questo punto non sai più se la strofa da minima bassa era il ritornello o questo. Disordine strutturale che raggiunge l’apice a 2:15 dove riprende tutto da capo e allora si ha la certezza che non ci si era distratti. No. E’ proprio così.
A 3:20 parte un break dal nulla, sulle prime pure interessante. Poi indovina? Ripetuto troppe volte per creare la tensione all’Assolo. Di nuovo nulla di speciale. Insomma era un bluff e andando a vedere non aveva nemmeno una coppia.
Pezzo finito a 4:50 e invece altro giro e chiusura di nuovo lunga, ripetitiva e gratuita.
Altro pezzo inutile e caotico. Senza, avrebbero fatto un disco da 1 ora abbondante più buono. Voto 1

Chasing Light:
Tutto si può dire di Fuel, di poco superiore a tutto il resto del pessimo Reload, tranne che non sia immediata.
L’anteprima globale che ha presentato il disco, conteneva degli spezzoni di interviste che presentavano ogni singolo pezzo. James raccontava, a proposito di Chasing Light, che c’era un intro solo voce e che cercava l’immediatezza che trovò per Fuel.
Benone. Intro vocale a parte, 46 secondi di intro strumentale solo per arrivare a un riff tutto sommato debole e un 1:21 per arrivare all’attacco della strofa in voce.
Con l’aggravante del cambio del groove di batteria che ammazza definitivamente l’attacco e la dinamica del pezzo.
Bridge ancora più debole della strofa e a seguire ritornello. Va detto, questa volta, davvero bello. Salvo poi arrotolarsi un pochino, ma tutto sommato buono.
Ripresa del riff deboluccio, anche questa lunghissima. Secondo giro strofa, bridge, ritornello.
A 3:40 parte un break totalmente avulso, lungo, ripetitivo e dal quale riescono a uscire con fatica solo a 4:23 chiamando in causa stavolta Train Kept a Rollin’. Provare per credere. Non ci si stupisce quindi che il Solo che arriva abbia un forte sapore Bluesy e ancora un volta bending e pulloff a oltranza (e ancora ci siamo), prima della solita scala schizofrenica, sentita e risentita (e non ci siamo più).
Da 5:20 a 5:37 girano intorno nel paesello chiedendo le indicazioni a tutti quelli che capitano a tiro e finalmente riprendono la strada per il ritornello. Confermato, l’unica parte che funziona del pezzo. A 6:05 il pezzo è finito e invece no. Altri 40 secondi di nulla. Il ritornello salva il pezzo. Voto 5.

If Darkness Had a Son:
24 battute davvero tutte uguali, lasciano spazio ad un incedere marziale alla Skeleton Society (secondo ammicco agli Slayer).
Per arrivare all’ingresso in voce bisogna aspettare 1:22. Temptation è il tema fondamentale del pezzo e poi parte la strofa vera e propria quasi alla Megadeth maniera.
Rispunta come un fungo l’eterno concetto dell’Unforgiven. Non c’è un Bridge e si passa diretti al ritornello.
Secondo giro da capo, da Temptation in poi.
A 3:22 arriva il break interessante che introduce l’Assolo. Wah Wah a seppellire tutto e di nuovo non un filo conduttore o un mood. Sale e scende e quando decide che basta riparte il pezzo. Ormai non c’è nemmeno più l’intenzione di trovare una frase melodica che resti impressa o che faccia venire voglia di provare a cantarla.
Strofa, ritornello (raddoppiato questa volta) e si va in chiusura a 5:44. No, non è vero altri 40 secondi extra, di nuovo. Almeno 40 secondi davvero dinamici ritmicamente, comunque scollegati dal resto.
Frase iniziale, Break e chiusura salvano il pezzo. Voto 5.

Too Far Gone?:
Solo (…) 17 battute tutte uguali introducono alla vera intro, che piacevolmente rimanda a Jump in the Fire. Anch’essa molto lunga e si attendono 47 secondi per la voce.
E sul più bello di nuovo strofa fiacca con una linea vocale monotona e insistente.
A 1:09 senza preavviso arriva un ritornello finalmente fresco che, citando il titolo, da sfogo subito ad una frase di stampo Punk Hardcore melodico, puntando ancora a Misfits e Revival di stampo 90s. Buono.
Strofa iniziale, Solo trascurabile e secondo giro della giostra.
Il ritornello si conferma di nuovo e finalmente si può dire che stavolta lo hanno imbroccato ed è melodicamente catchy.
Break e sezione troppo lunga con chitarre, udite udite, finalmente armonizzate. C’è voluta quasi un’ora, ma alla fine si sono ricordati la faccenda degli arrangiamenti.
Il problema è che la frase non va da nessuna parte e la linea melodica è del tutto trascurabile. Lascia il posto ad una sezione pensata apposta per far cantare il pubblico, anch’essa trascurabile, e Solo. E non ci si crede: dopo la seconda autocitazione al Solo di Horsemen (la prima in Screaming Suicide), di nuovo pioggia di scale e di nuovo stacco bending e pulloff.
Ripresa con la frase armonizzata, stacco e ritornello.
A 4:10 il pezzo chiude naturalmente. E invece no altri 20 secondi di nulla.
Il Ritornello davvero buono salva il pezzo. Voto 6

Room of Mirrors:
Apre bene e ben arrangiata, presto si arrotola ma per fortuna parte subito il riff principale. Ancora in vena decisamente Punk Hardcore, con un vago sapore Volbeat.
Niente giri di parole, almeno, e va dritta subito al punto. Strofa ottima così come la linea vocale. Buono anche il bridge raddoppiato ma poi cala paurosamente proprio al momento dell’esplosione del ritornello che di fatto non esiste.
Secondo giro. Sì buono. Piccola citazione nel testo a Death Magnetic con la frase Broken, Beat, and Scarred e si va al galoppo. Sì, buono.
E a 2:45 il miracolo. Kirk si ricorda che la melodia viene prima del numero di note e finalmente si concentra per trovare una frase. Una frase bella, di senso compiuto, che resta e che funziona. Nella seconda parte riscivola purtroppo nel “solito” e anche l’outro è macchinoso e poco funzionale. Si riprende con un’altra bella frase poi armonizzata (sollievo, c’è vita) a dovere con James. Buono.
La transizione, a 4:00, per ritornare al bridge sembra, al solito, trovata lanciando i dati ma alla fine va. A 4:46 parte la terza armonizzazione che andrebbe bene con un Fade Out in chiusura e invece no. Si arriva fino a 5:34 in modo gratuito. E niente è più forte di loro. Voto 7

Inamorata:
Aprono stavolta scomodando niente di meno che Sabbath Bloody Sabbath. Effetto.
Riff catchy ma tutto già ripetuto almeno 2 volte di troppo. Strofa e linea vocali vanno più che bene stavolta. Break che fa da bridge preciso e funzionale.
Ritornello che invoca la vecchia Misery di Metallica (sia nel testo che nel mood con le chitarre armonizzate in quel modo tetro e angosciante). Troppo ripetitivo ma nel complesso ci siamo. Buona l’uscita anche se prolissa e si parte per il secondo giro.
A proposito bravo Lars in questo frangente che sottolinea, con la sua enfasi sghemba un pelo dietro, gli stacchi giusti.
A 4:22 con due giri completi in cascina, ritornano sui Black Sabbath e il pezzo guadagna una buona apertura, con una buon Solo di Kirk che conclude con un vibrato, accompagnando una transizione che non ti aspetti.
Per quelli che gridano ad un’apertura al Prog…No way. Semmai alla psichedelia. Questo sì.
Per quelli che gridano ad un’apertura nuova nel loro repertorio…No way lo stesso.
Lo hanno già fatto e qui lo rifanno andando a pescare nel repertorio, uno dei pezzi più riusciti di Load: The Outlaw Torn. Davvero piacevole.
La parte vocale e il charlie di Lars, ma soprattutto il crescendo ricordano molto da vicino Unforgiven III; solo anziché esplodere in un Assolo, sfoga con una parte armonizzata ben pensata e messa a punto. Pollice sù. Buona la transizione per tornare sulla direttrice del pezzo e si va, o meglio si dovrebbe andare, a chiusura intorno agli 8:50. Invece no. Tirano dritti fino a 10:37 più o meno riproponendo lo stesso tema. C’è addirittura spazio per un altro Assolo.
Il pezzo sarebbe davvero finito. La missione di sfondare il muro dei 10 minuti, compiuta.
E invece ancora no. Servono altri 30 secondi abbondanti di davvero niente più per chiudere. L’ultima cosa che sentiamo è James, probabilmente con il plettro in bocca, che comunica a qualcuno che questa era la migliore. Voto 7+

La media è circa 5,4 che riportata in stelle fanno 2,7 che arrotondo a 2,5. Perché i Metallica mi fanno rodere il culo quando fanno così, soprattutto dopo un disco come Hardwired.
Non si discutono ma si amano e proprio perché li amo sono ancora più severo.
Ma tu vorresti sapere se alla fine me lo compro il disco? Ovvio. E’ già nel carrello e appena salvo il documento che stai leggendo, procedo all’acquisto.
Per sempre. Metallicaaaaaaaaaaaaaaa.

 

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