Megadeath: recensione di The Sick, The Dying… and the Dead

Bentornati Megadeath! Le quattordici canzoni che troviamo in questo The Sick, The Dying…And The Dead! sono suonate in modo ineccepibile.

Megadeth

The Sick, The Dying…And The Dead

(Universal)

thrash metal

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Sinceramente non mi aspettavo nulla di buono dai Megadeth, visto che ho sempre pensato che il meglio della propria discografia gli americani lo hanno partorito negli anni novanta, grazie al famoso quartetto che comprendeva i mitici Nick Menza alla batteria e Marty Friedman alla chitarra solista.

Con il nuovo secolo la qualità compositiva della band è andata pian piano scemando, ad eccezione dell’ottimo Endgame che sembrava essere un ritorno ai fantastici fasti di un tempo.

Invece, nonostante i numerosissimi cambi di line up, tra cui quello doloroso che ha visto la cacciata brutale dello storico bassista David Ellefson, il buon pater familias, al secolo Dave Mustaine, è riuscito ad estrarre dal cilindro un album molto dignitoso che pare essere una via di mezzo tra gli storici Rust In Peace e Countdown To Extinction.

Le quattordici canzoni, comprensive di bonus, che troviamo in questo The Sick, The Dying…And The Dead! sono suonate in modo ineccepibile e hanno al loro interno degli spunti interessanti.

Ci sono collaborazioni inaspettate come quella con Ice T che si trova in Night Stalkers che rinnova i fasti di un crossover che ancora non ammaina, giustamente, la classica bandiera bianca.

Sacrifice, con i suoi stacchi e cambi di tempo, è una bomba ad orologeria che farà sicuramente muovere la testa anche ai fan più incalliti.

Soldier On! rappresenta la continuazione del discorso intrapreso proprio con Countdown To Extinction e il successivo e mai capito fino in fondo Youthanasia.

 

Mission To Mars ha un refrain molto cadenzato e un ritornello che, volente o nolente, acchiappa e si lascia ascoltare ripetutamente.

Kike Loureiro si rivela un ottimo chitarrista e ha una capacità di creare riffs che non appaiono mai disdicevoli. Anzi, a volte, ti fanno ritornare indietro agli anni ottanta e We’ll Be Back è esemplificativa in tal senso: martellante e veloce riporta ai fasti di Peace Sells e ciò, tutto sommato, è un bene.

Al basso si trova un altro fenomeno come Steve Di Giorgio ed anche la sua prestazione è di quelle sopra le righe.

Ci sarebbe da scrivere tanto, come nel caso della validissima Junkie e soprattutto di Celebutante che è un’altra botta impressionante che Mustaine ha scritto in maniera ineccepibile, colto da una felice ispirazione che sembrava essere andata a farsi benedire con il passare degli ultimi anni.

L’aspetto più interessante è che ai primi ascolti questo album pare non lasciare traccia, salvo poi ficcarsi come un tarlo nella testa e non uscire più. E’ la capacità intrinseca di certi lavori non immediati, ma che hanno il merito di farsi apprezzare con il passare del tempo ed anche degli anni. Bentornati Megadeth….e chi lo avrebbe mai potuto lontanamente pensare che nel 2022 potevano piazzare un disco di livello assoluto.

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Francesco Brunale
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