Mazyopera
Preso dal Panico
(Fuorirotta Music)
rock, pop-rock
C’è un momento preciso, nella vita di una rock band giovane, in cui la voglia di suonare si trasforma in qualcosa di più urgente e meno controllabile: la necessità di dire qualcosa che valga la pena ascoltare. I Mazyopera sembrano aver raggiunto quel momento con Preso dal Panico, il loro EP d’esordio pubblicato per Fuorirotta Music. Cinque brani in italiano, prodotti con una cura che non ti aspetti da una band di ragazzi bresciani tra i 21 e i 25 anni, che raccontano quella zona grigia e instabile tra la fine dell’adolescenza e il peso concreto dell’età adulta. Non è un tema inedito, nella storia del rock italiano. Ma raramente viene affrontato con questa combinazione di sincerità grezza e pulizia sonora.
Il contesto di produzione è il primo elemento che colpisce, perché è tutt’altro che ordinario. Marco Grasselli — chitarrista bresciano, mancino, da anni nella band di Loredana Bertè e collaboratore fisso di Omar Pedrini oltre che di Enrico Ruggeri, Marco Masini e Red Canzian — e Ivano Zanotti, soprannominato “Tuono,” batterista ufficiale di Ligabue dal 2019 e anch’egli presente nei tour di Bertè, hanno affiancato la band come produttori principali, un asse che non è solo tecnico ma anche geografico e umano: entrambi radicati nel nord Italia, entrambi con un’idea molto precisa di cosa significhi fare rock in italiano senza risultare né provinciali né derivativi. In studio il basso è di Andrea Torresani, bassista di Vasco Rossi dal 2018, mentre il missaggio e la masterizzazione sono stati curati da Antonello D’Urso, anch’egli nella band di Vasco dal 2023 e cofondatore della Liquido Records con Vince Pastano. Quattro nomi che hanno riempito stadi, a servizio di cinque ragazzi all’esordio: la scommessa è ambiziosa, e in larga parte vinta.
Il suono dell’EP è pop rock diretto, chitarristico senza essere muscolare, costruito su dinamiche che lasciano spazio alla voce di Andrea Bertoli — presenza centrale e catalizzatrice di un progetto che ha trovato la sua identità definitiva proprio con il suo arrivo. Le influenze dichiarate nei primi anni di attività — Red Hot Chili Peppers, Foo Fighters, The Cult — si sono nel tempo assottigliate verso qualcosa di più personale, con una sensibilità melodica che guarda più al rock cantautorale italiano che al mondo anglosassone. Scelta coerente, e non banale: cantare in italiano dentro strutture rock richiede una certa dose di coraggio, perché espone i testi a un ascolto ravvicinato dal quale non ci si può nascondere dietro l’alibi fonetico della lingua straniera.
Manifesto è il brano più esplicito nell’ambizione dichiarativa: apre l’EP come una sorta di atto programmatico, un posizionamento che introduce l’orizzonte tematico del disco prima ancora che narrativo. America sposta il punto di vista verso qualcosa di più universale — il sogno come proiezione, l’altrove come misura della propria insoddisfazione — con una costruzione armonica che è tra le più riuscite dell’intero lavoro. Inverno chiude il cerchio su un registro più intimo, dove la stagione diventa metafora di quella fase della vita in cui si ha freddo ma non si sa ancora dove accendere il fuoco.
L’idea centrale di Preso dal Panico — quella di normalizzare lo smarrimento come condizione non patologica ma evolutiva — non è nuova, ma viene eseguita con una coerenza che va dalla copertina (la band ritratta in un salotto bucolico, un rifugio domestico immerso nella natura incontrollata) fino alla scelta di non cedere mai al cinismo né alla retorica consolatoria. I Mazyopera non promettono uscite dal labirinto: offrono compagnia dentro di esso. In un panorama pop che spesso confonde la vulnerabilità con il vittimismo e l’ottimismo con la superficialità, questa postura è già una scelta artistica precisa.
Il curriculum dal vivo — Druso di Bergamo, Slaughter Club e Rock’n’Roll di Milano, Latteria Molloy di Brescia, apertura al concerto di Omar Pedrini al Castello di Brescia — e la Finalissima di Rock Targato Italia nel 2024 certificano che il progetto non si è sviluppato in laboratorio ma su palchi veri, davanti a pubblici veri. Quell’esperienza si sente: c’è un’energia fisica nelle canzoni che è difficile costruire a tavolino, e che di solito si guadagna solo suonando fino a tardi in posti dove non ti conosce nessuno.
Preso dal Panico non è un disco che reinventa il rock in italiano. È qualcosa di più raro e più utile: un disco onesto, fatto bene, che sa cosa vuole dire e lo dice senza fronzoli. Per una band all’esordio, è già molto. Per una band di vent’anni che ha convinto a lavorare con loro musicisti di questa caratura, è decisamente di più.
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