Mauro Pagani: live report (Sassari, Piazza Italia, 29 giugno 2009)

Mauro Pagani, ospite del festival Abbabula, si è esibito a Sassari di fronte ad una calorosa Piazza Italia. Una band ridotta all'essenziale e tanta passione per intraprendere un sentiero che parte dal progressive inglese ai più tranquilli lidi genovesi di De Andrè.

Mauro Pagani

Abbabula Festival, Sassari, Piazza Italia, 29 giugno 2009

live report

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mauropaganiconviolinoCi sono personaggi che riescono ad influenzare l’ambiente nel quale si muovono senza mai stare in prima fila, lavorano sempre dietro le quinte: come gregari o fantasisti.

Mauro Pagani è uno di questi, ai più il suo nome porterà alla mente solamente la canzone collettiva Domani, ma Pagani è ben altro.

Membro fondatore della Pfm, arrangiatore, polistrumentista, produttore e collaboratore di svariati artisti, il De Andrè di Crêuza de mä per dirne uno.
Se come curriculum non fosse sufficiente è anche l’ideatore delle Officine Meccaniche, ovvero uno degli studi di registrazione più ricercati e forniti del nostro paese, ma non solo: Muse e Audioslave, giusto per citare due nomi, hanno inciso qui.

La cornice che fa da sfondo al concerto di questa sera è la bella Piazza Italia al centro di Sassari, l’evento fa parte del festival Abbabula, con il patrocinio del club Tenco.
Il Pagani sul palco è in veste nostalgica, non a caso poche ore prima, palazzo ducale ha ospitato la presentazione del suo libro “ Foto di gruppo con chitarrista”, in cui Pagani ha ripercorso, utilizzando come protagonista un suo alter ego, buona parte della storia musicale italiana degli anni 70.
La formazione è ridotta all’osso: Pagani si divide tra chitarre, violino, flauto traverso e bouzouki (De Andrè aleggia nell’aria), ad accompagnare il frontman c’è il fenomenale batterista Jo Damiani: tecnica precisa, tocco deciso, sorriso sulle labbra e una bravura spaventosa nel passare da pezzi progressive ad atmosfere più etniche. Infine Eros Cristiani, che ci ha deliziato coi splendidi suoni estratti dalle sue tastiere, il buon cristiani ha anche ricoperto tutte le parti di basso.

L’apertura è affidata a Ossi di Luna, tratta dell’album del 1991 Passa la Bellezza, e rappresenta una buona anticipazione di quello che sarà l’intero concerto; i suoni sono regolati alla perfezione, forse il volume è eccessivamente basso, ma i concerti in piazza hanno il loro prezzo da pagare.

Si passa subito ad atmosfere più vintage con Looking for Som dei Genesis; rimango impressionato da come le complicate architetture sonore del combo britannico, vengano dignitosamente arrangiate da soli tre musicisti, ma in questi casi la classe non è data dai numeri. Si continua con Ali Buma Ye e La neve de natale. Quando viene annunciata Moonchild dei King Crimson la piazza non riesce a trattenere un sussulto; ancora una volta, nonostante la band sia ridotta all’osso, il pezzo viene eseguito con maestria e reale reverenza per la versione originale.

Quando parte la triade Crêuza de mä, Sinan Capudan Pascià e Neutte, il pubblico pende ormai dalle corde di Pagani, che trasporta il suo spettacolo su atmosfere esotiche e senza tempo; d’altronde l’artista in questione, suonava già la word music quando ancora non era stato coniato questo termine.
Su Luglio, agosto, settembre (nero) degli Area, Pagani si diverte con la sua sei corde, ma fatica non poco con le parti vocali, viene da giustificarlo dato l’artista di riferimento in questione.
Si riapre una parentesi genovese con  Mégu megún tratta dall’ album del Faber Le Nuvole.

Notevole la strumentale Europa Minor, dove Damiani da il meglio di se con un pregevole assolo, ( anche le signore attempate sedute alla mia destra rimangono affascinate). Si continua con la ormai celeberrima Domani, probabilmente l’unico pezzo conosciuto dall’intera platea.
La chiusura del concerto è dedicata a Impressioni di Settembre, uno di quei rari brani che riesce a scavalcare le varie epoche e le mode senza perdere mai la sua freschezza, l’esecuzione è intensa e convincente, anche se a mio parere si sente troppo la mancanza del sintetizzatore moog sul ritornello, ma ripeto, un’artista che ha il fegato e gli attributi di salire su un palco in trio e riesce comunque a togliere una gamma così impressionante di suoni dai suoi strumenti, merita solamente un sincero inchino.

Lunghissimi applausi e la sensazione generale di aver assistito ad un grande show: lo spettacolo di un artista che suona e contribuisce a far suonare musica di qualità nel nostro paese, spesso all’ombra dei principali media.

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Dario Baragone
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