Jonathon Stewart: recensione di Syncopated Angel

Syncopated Angel di Jonathon Stewart: si può mai nascondere una bella storia dietro una copertina così? Sì. E la risposta è sempre la stessa: quando serve, la Fratellanza dell'Heavy Metal risponde.

Jonathon Stewart

Syncopated Angel

(No Remorse Records)

heavy metal, power metal, progressive metal

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Per ascoltare Syncopated Angel, l’album postumo di Jonathon Stewart, è necessario ricordare che c’è stato un tempo in cui l’Heavy Metal era diventato di dominio pubblico. 

La NWOBHM aveva fatto il botto e l’eco arrivò fino agli States. Ma si sa. Gli americani sono bravissimi a riscoprire la loro musica, solo dopo che gli inglesi gli hanno mostrato cosa se ne può fare. 

Il Metal non fece eccezione. Si rimboccarono le maniche e andarono a ripescare a piene mani da quello che avevano a casa.

Quiet Riot per l’attacco, Van Halen per i virtuosismi e Alice Cooper, per quel look sordido, androgino e obliquo: il Metal di Los Angeles, molto più affine al rock rispetto a quello britannico, diventò un fenomeno Mondiale. Musicisti, Fan e appassionati di tutto il mondo, avevano i loro inni, i loro monumenti musicali, le loro riviste (stracolme di articoli sui mostri sacri così come per i fenomeni underground, certe volte poco più che locali) e perfino il loro saluto: Horns Up. Insomma una Fratellanza quasi senza soluzione di continuità, tra artisti e pubblico.

Come contraltare a tutto il patinato che filtrava tra le maglie del mainstream, c’erano una miriade di culture e sottoculture che hanno portato a veri e propri movimenti. 

Jonathon Stewart con i suoi Slauter Xstroyes, ad esempio, faceva parte di quella frangia che forse, più che guardare ai Motley, mirava ai Mercyful Fate. Provare per credere, se riuscite a trovarlo, ascoltate il disco di esordio del 1985 Winter Kill.

Poi il tempo passa, il muro non si sfonda e la concorrenza è spietata. Poi ci furono i 90s, che misero l’ultimo chiodo da bara su tutto il movimento, e Rock e Metal divennero tutta un’altra faccenda. 

Ma alla fine la musica, se fatta con il cuore, non è altro che lo specchio di noi stessi. Perciò nel 2016 Jonathon decise di rimettere mano al suo vecchio repertorio e riregistrare 4 pezzi vecchi. Fu solo quando si ritrovarono in mano l’inedito Portait of Pain, che capirono che si poteva tirare fuori un nuovo disco. Quello di cui stiamo parlando.

Quel disco non vide più la luce fino ad oggi perché nel 2018 Jonathon ha lasciato questo mondo. Ma ancora una volta la fratellanza si è riunita. Questa volta sotto forma di una ventina, circa, di musicisti che hanno messo mano al disco e lo hanno finito per lui, con tutta la stima e l’affetto per il fratello caduto.

Dentro Syncopated Angel ci troverete un continuo vagare in tutte le scale di grigio di quel metal americano di una volta, con una punta di ambizione in più, rappresentata da una certa tendenza al progressivo. 

I pezzi che spiccano di più sono Mind’s Eye, Portrait of Pain e Battle Axe (pezzo migliore del disco e non a caso quello più in linea con il Metal 80s di Los Angeles).

Riguardo al discorso sull’influenza dei Mercyful Fate di cui sopra, il pezzo di riferimento è senza dubbio la title track Syncopated Angel. Il falsetto stridulo di Jonathon chiama in ogni singola nota King Diamond, e a gran voce…..

Stilisticamente un disco estremamente datato che eredita questo aspetto anche sotto il profilo della produzione. Anche il mixaggio non è esattamente dei migliori. 

Ma il vero neo del disco è, a mio avviso, la componente progressive. In questo non ho trovato una grande messa a fuoco e troppo spesso le varie sezioni del pezzo, più che composte con una visione di insieme, sembrano il frutto di tante creazioni singole, poi ricucite insieme. Risultato: ascolto molto difficile, passaggi che lasciano interdetti e progressioni armoniche un po’ naïf.  

Una menzione speciale va dedicata al contributo dei vari chitarristi intervenuti nelle parti di solo tutti interessanti. Assoli certamente impregnati di sensazioni che rimandano a un chitarrismo obsoleto, ma non per questo meno bello.

Un disco che non cambierà le sorti di un genere, ormai davvero stanco. Invece una buona occasione per tutti quei metallari che, come me, leggevano le riviste del settore e che magari si ricordano ancora degli Slauter Xstroyes. In ogni caso ancora un esempio di quanto sappia essere fedele e leale la comunità del Metal. Ogni volta che serve.

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