Intervista ad Everlast

Dopo aver recensito il disco The Life Acoustic, abbiamo avuto l’onore d’intervistare Everlast direttamente. Oggi è un personaggio maturo, non una semplice icona dlel'hip hoip degli anni '90. E che non ha paura di rilegere il suo passato in chiave acustica

Dopo aver recensito il disco The Life Acoustic, ho avuto l’onore d’intervistare Everlast direttamente.

Per chi non conosca molto l’artista, o si sia fermato alla sua avventura nell’hip hop dei primi anni ’90, consiglio di aggiornarsi con questo ottimo album, in cui l’artista rilegge i capitoli di maggior successo della sua carriera in chiave acustica. Non siamo di fronte ad un album soft, o sfornato per aggiornare il curriculum: The Life Acoustic è un lavoro solido ed onesto, ed Everlast è un grande cantastorie.

Non credo ci sia altro da aggiungere a riguardo.

Ci siamo: mi hanno dato il numero da chiamare e il codice di riferimento. Venti minuti di tempo a disposizione.

Confesso: non ho mai fatto interviste al telefono con artisti americani di successo.

Sono nervosa. E se c’è una centralinista che parla strano? E se mi fanno aspettare e mi gioco i venti minuti perché ho chiamato troppo a ridosso dell’appuntamento?

Faccio una ricerca in rete: il numero è di un servizio per parlare tramite codici, che indirizzano ai vari clienti. Lo usa anche una hotline (???) di una chiesa battista. Faccio una telefonata di prova: un semplice messaggio che chiede il codice. Ok, sono pronta.

E’ arrivata l’ora dell’appuntamento, chiamo con un minuto d’anticipo calcolato. Vengo immessa all’interno della conversazione, senza ulteriori passaggi: l’intervistatrice che mi ha preceduto sta salutando Everlast e io mi ritrovo direttamente a parlare con lui.

-Sono Dafne, per RockShock magazine, Italia.

-Ciao Dafne, come stai?

-Bene grazie, e tu?

-Bene.

-Ok, parto con la prima domanda.

-Certo…

Rockshock. Una domanda riguardo ai temi trattati nell’album The Life Acoustic. Sei un cantastorie interessato al lato oscuro della vita. Voglio dire: sembri più focalizzato su quelle storie che non prevedono un lieto fine. E’ corretto questo?

Everlast. No,questo non è corretto. Non sono interessato alle storie tristi o oscure, ma vere. Fino a che hai 18 anni possono andar bene le canzoni tutte felicità della radio, ma poi hai bisogno di qualcosa di vero. Le mie canzoni parlano di lotta, dello sforzo per (sopra)vivere.

Rockshock. Tu fondi in maniera naturale i vari stili musicali, seguendo i tuoi bisogni, la tua crescita personale, credo. Sembra che per te non sia necessariamente importante essere riconosciuto come un’icona dell’hip hop.

Everlast. Ho iniziato con l’hip hop, ma poi ho cambiato, attraversando vari generi, come il blues e il country. No, non è importante per me essere riconosciuto come un’icona hip hop. Chi mi conosce oggi è per altra musica.

Rockshock. Parlando delle canzoni dell’album, cosa puoi dirmi riguardo a Black Jesus: è una tua presentazione? Una specie di scherzo?

Everlast. E’ uno scherzo, sì, è nata giocando sulle parole. Sono partito dalle parole Black Jesus e ci ho lavorato su. Poi è bello quando la gente ti ferma e ti dice che ci si riconosce, o ci vede la storia di un suo caro. Ma le grandi canzoni nascono così: partendo da un’idea e giocandoci intorno.

Rockshock. Adesso una domanda riguardo a Children’s story. E’ riferita a qualcosa che è realmente accaduto, o è una storia simbolica, qualcosa che può accadere?

Everlast. E’ una cover di Slick Rick. Insegna ai ragazzi che non bisogna rubare, ma è anche un po’ ironica, mentre descrive tutte le cose che accadono al protagonista, a questo personaggio stigmatizzato. (Bastava guardare il video originale, Dafne!)

Rockshock. Per il ventesimo anniversario di Jump Around hai coverizzato te stesso. Pensi che i fan abbiano colto l’ironia della tua nuova interpretazione?

Everlast. Sì, si può dire che la mia nuova interpretazione sia in qualche modo ironica.. Non so se i fan hanno capito. L’ho fatta così ed è venuta bene, e l’ho inserita nell’album. Ma non passo il tempo a chiedermi cosa pensano i fan di quello che faccio. Se lavori così fotti la tua vita, non riesci più a fare nulla.

Rockshock. Hai fatto parte della Syracuse Syndicate e di tutta la storia dell’hip hop di un certo periodo. Una domanda scontata: cosa pensi della scena hip hop oggi?

Everlast: C’è molta roba buona, ma non alla radio. Non mi piace quel tipo di musica: parlano di droga, è musica con scarsa intelligenza. C’è molta buona musica, ma non tra quella che viene spinta dalle etichette, quella è musica di cacca.

Rockshock. Ancora riguardo l’album. Come hai scelto le canzoni che dovevano essere incluse nel progetto?

Everlast. Ho scelto le canzoni pensando ad “avere un’altra chance”, pescando tra quelle che trattavano questo tema. Anche se ce n’erano altre che mi piacevano, o potevano andar bene, come Put Yours Lights On, le ho scelte con questo criterio. Tutti mi chiedevano di fare qualcosa di acustico, e adesso l’album sta andando molto bene, infatti sono qui a fare interviste. Di solito quando qualcuno fa un album acustico la risposta è un po’ fredda. Invece The Life Acoustic sta andando bene e sono contento.

 Rockshock. The Life Acoustic è nato dopo un tour Europeo, giusto? E ora, ad ottobre, torni in Europa di nuovo. Anche se sei un artista di successo, non rimani seduto a guardare. Ti piace ancora questo lavoro?

Everlast. Sì, mi piace suonare e fare la mia musica. La parte che non mi piace è il viaggio. Voglio dire: amo viaggiare, provare la cucina locale, visitare posti nuovi e così via. Ma ora sono un padre e ogni volta che devo staccarmi a lungo dalle mie figlie non mi piace. Fa comunque parte del mio lavoro, e posso dire di essere fortunato a fare quello che faccio.

Rockshock. Un artista oggi deve correre in ogni direzione – fare concerti, sfornare album, seguire i social network- solo per avere metà di quello che poteva ottenere qualche anno fa. Riguardo all’industria della musica: quanto è cambiata negli ultimi anni?

Everlast. Oggi vendi lo stile di vita: se il tuo Twitter e Instagram sono seguiti va bene, non importa la musica che fai. Negli anni ’90 c’era tutto, tante possibilità: ogni nuovo artista cercava di fare qualcosa di migliore rispetto agli altri. Adesso è il festival delle assurdità. Ho delle nipoti e vedo cosa gli offre il mercato. Questi tizi Louis Vuitton o i Gucci guys, interessati solo a come appaiono… (la risposta sfuma con un silenzio eloquente, nda)

Rockshock. La mia ultima domanda è politica, non riferita solo agli Stati Uniti, ma all’Europa e all’America insieme. Ha ancora senso fare la parte dei difensori della democrazia solo per mantenere il nostro ruolo nel mondo civilizzato? Voglio dire: abbiamo un sacco di problemi a casa, ma fingiamo di poter soccorrere gli altri. Cosa pensi di questo?

Everlast. Chi decide è Germania, Inghilterra e Stati Uniti, per il loro peso economico. Credo che dovremmo pensare alle nostre nazioni, alle nostre strade, alle scuole. Abbiamo bisogno che i ragazzi vengano educati per poter cambiare le cose. L’America avrebbe delle scuole ottime, ma non ci si investe (idem per l’Italia, nda). Spesso sento la gente parlare, e si arrabbiano con me perché quando loro dicono “bisogna fare qualcosa, bisogna intervenire”, io rispondo che anche lì ci sono bambini: bambini iracheni o delle altre nazioni. Sono bambini come i nostri. Il governo vuole degli schiavi. Il presidente Thomas Jefferson diceva “non sono i popoli a dover avere paura dei propri governi, ma sono i governi che devono aver paura dei popoli”. Oggi si formano schiavi: ti dicono che se prendi un mutuo avrai una casa tua. Lo devi pagare per 25 anni, e se ti scordi una rata si riprendono la casa. Personalmente mi sento libero di dire quello che voglio, anche se mi stessero ascoltando, perché sono libero nella mia mente. Ho ucciso l’imperatore (Kill The Emperor, dal disco Love, War And The Ghost Of Whitey Ford, 2008) e dico quello che voglio. Se non ti piace, fuck you!

Dafne: Grazie, credo che abbiamo esaurito il nostro tempo.

Bussano alla porta.

Everlast: Devo andare.

Dafne: Grazie Everlast. Sei un uomo saggio, è stato un onore parlare con te.

Ride, ringrazia. Passa alla prossima intervista.

Io avrei ordinato una birra media e lo avrei fatto parlare finché non ci avessero cacciato dal locale.

Peccato che eravamo al telefono, lui a Los Angeles e io a Recanati. Sarà per la prossima volta.

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Dafne Perticarini
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