Feeder: Silent Cry

Silent Cry, sesto lavoro in studio per i Feeder, mostra le debolezze di una band che sembra aver smarrito la retta via creativa

Feeder

Silent Cry

(Cd, Echo, 2008)

pop, rock

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Ascoltare Silent Cry restituisce le stesse sensazioni di quando si guarda un bel film per la decima volta: fa indubbiamente piacere, ma viene a mancare il fattore sorpresa, l’attimo d’esaltazione.

Undici brani che arrivano a tre anni di distanza dal precedente Pushing the Senses, lineari, puliti, ben armonizzati, ma incredibilmente monocordi. Grant Nicholas e soci propongono un sound versato al rock in stile americano pre-grunge; fatto con muri di chitarre spesso in primo piano, ritornelli facilmente fruibili, strutture confezionate a misura d’utente sintonizzato su MTV, che nulla concedono sotto l’aspetto dell’imprevedibilità, dell’increspatura coinvolgente.

Una sfilata di brani solari, che potrebbero essere ascoltati in random, per quanto si somigliano e seguano la stessa via espressiva: l’iniziale We are the People sembra aprire uno scenario interessante anche se dà nettamente la sensazione di già sentito; Miss You ci lascia pensare a un affondo decisivo verso momenti più deliranti, salvo poi farci ricredere per via della sua prevedibilità; la melensa title-track, con quei suoi violini ammiccanti, segna la resa definitiva.

I Feeder meritano pieno rispetto, per una serie di buone intuizioni che hanno accumulato a inizio carriera e per le difficoltà che sono riusciti a superare in questi dieci anni, ma Silent Cry sembra la via consigliata da un navigatore non aggiornato.

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Roberto Paviglianiti
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