Federico Poggipollini: Nero

Chitarre aspre e ruvide, testi ricercati, anima black, spirito garage: sono questi gli ingredienti principali di Nero, di Federico Poggipollini
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Federico Poggipollini

Nero

(ArtevoxMusica / BelieveDigital)

rock, garage, rock d’autore

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recensione-federico-poggipollini-neroChitarre aspre e ruvide, testi ricercati, anima black, spirito garage: sono questi gli ingredienti principali di Nero, di Federico Poggipollini.

Federico Poggipollini, chitarrista e cantautore, verso la fine degli anni novanta intraprende la strada solistica pubblicando l’album Via Zamboni 59 insieme alla sua band KKF. Dopo l’album di esordio, escono altri due lavori: nella fretta dimentico (2003) e caos cosmico (2009). Alla carriera da solista, affianca la collaborazione in alcuni album di una delle band rock storiche italiane, i Litfiba, e il sodalizio ormai più che decennale con Luciano Ligubue.

Ora è la volta di Nero, la sua ultima fatica.

Nella nota discografica dell’album, i particolari che subito balzano agli occhi sono i testi scritti a più mani con persone a lui care, come la sua compagna e gli amici di una vita, l’utilizzo di strumenti vintage di fattura italiana come le chitarre Galanti, Meazzi ed Eko, gli amplificatori Davoli, Steelphon, Fbt e le tastiere Farfisa e Crumar; ultimo importante elemento è la collaborazione con il produttore Michael Urbano.

In fondo a tutto questo, andando a riascoltare gli album precedenti, il tratto distintivo di questo lavoro è da ricercare nella combinazione tra i testi, il sound a volte crudo, e la maggiore raffinatezza dei temi musicali.

Le influenze musicali che in alcuni brani si possono intravedere sono chiare: dal rock della sua chitarra, aspra in alcuni momenti, evocativa come nell’intro del brano la più bella del bordello o ritmica nei brani un giorno come un altro e solamente un’ora. Essa è mescolata ai ritmi e alle armonie blues, insieme all’utilizzo di un suono ricercato, asciutto e risultante anche dall’utilizzo di strumenti vintage che forse lasciano poco spazio agli effetti speciali.

Interessante l’uso delle armonie vocali, echi, come nella canzone Religione, che a tratti rendono il sound ancor più dissonante, graffiante e originale.

L’impressione è quella di un album ragionato, dai testi più maturi e dove forse si mettono a nudo ricordi, immagini e a volte pensieri del cantautore, scoprendone a volte il lato più intimo, come nella traccia un giorno come un altro.

Sembra che Federico Poggipollini abbia voluto giocare con il sound, in certi momenti, sperimentando idee musicali, giocando con ritmi, suoni diversi dal solito.

Il titolo dell’album, Nero, è un riferimento forse alla musica nera, concept del disco, che si insinua all’interno di ogni singola traccia, e che in alcuni momenti dell’album esplode rilasciando pura energia o a tratti, delineando tracce più ballabili.

Nel complesso l’album è accattivante. Ricorda alcuni lavori dei White Stripes e più in generale delle band garage degli anni ’60, ma con un tocco personalissimo e fortemente identificativo.

Parafrasando il testo di una delle sue canzoni, Federico Poggipollini, in Nero, sembra “aver dato voce a quel rumore in fondo all’anima”, partendo da sé, fino ad arrivare all’ultima traccia dell’album.

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Emanuela Giudice