El Rojo – Stoner Rock: recensione di El Diablo

Gli El Rojo - Stoner Rock mandano alle stampe il nuovo full-length El Diablo Rojo, un'esplosione caleidoscopica magnetica e cangiante heavy e stoner.
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El Rojo – Stoner Rock

El Diablo Rojo

(Karma Conspiracy Records)

stoner, heavy rock, heavy blues, psych

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el rojo recensioneDopo l’uscita di 16 Inches Radial e dello split album Southern Crossroads con i campani Teverts, e forti del sodalizio artistico con l’etichetta beneventana Karma Conspiracy Records del producer Filippo Buono, gli El Rojo – Stoner Rock mandano alle stampe il nuovo full-length El Diablo Rojo, anticipato dall’uscita del video di Cactus Bloom.

Le otto tracce inedite di questa nuova esperienza discografica mostrano la versione più matura degli El Rojo – Stoner Rock: un’espressione creativa che prende forma attraverso la natura tentacolare e psichedelica del gigante totano del Pacifico, meglio noto con il nome di “Diavolo Rosso” (come raffigurato nell’artwork de El Diablo Rojo, e come avevamo visto anche sulla copertina degli Humulus, nell’ultimo lavoro discografico The Deep) e nello sviluppo multiforme della materia sonora dell’opera, scucendosi di dosso il proverbiale costume di stonerlandia e percorrendo una lingua d’asfalto immaginaria che collega il clima torrido dell’entroterra meridionale italico alle latitudini desertiche e polverose del Mojave.

Il quintetto heavy blues di Marano Calabro (vero e proprio nucleo familiare composto da fratelli di sangue) diluisce gli effetti psicotropi dei precedenti episodi discografici accelerando e rallentando l’intensità del proprio sparito strumentale, generando un’esplosione caleidoscopica magnetica e cangiante, che si estende dalle scosse telluriche heavy della sezione ritmica alle scariche di pedali fuzz grooveggianti e ronzanti di kyussiana memoria.

Dai sentieri malinconici e sciamanici di Jalamanta, affiora tutta la timbrica evocativa e corrosiva di Evo Borruso, che si va ad amalgamare ad una mistura di riff super-power amplificati e al fervore percussivo di contaminazione quasi tribale (El Camino), tra giri acustici e distorsioni prepotenti, accordature basse, note dark blues ipnotiche, cosmiche e melodiche (Cactus Bloom), che finiscono per sfociare in affreschi seventies psych blues (Dragonfly).

L’essenza tematica de El Diablo Rojo (edificata sull’ispirazione lirica del frontman Evo Borruso) è incentrata sul risveglio delle coscienze, sull’equilibrio tra ragione e follia, sempre più in bilico su una linea di confine quantomai precaria, ed in particolar modo sulla potente metafora ancestrale del viaggio e dello stare al mondo, che sia a bordo del super-van dei greci 1000mods o della Lamborghini Diablo degli El Rojo.

El Diablo Rojo è il cammino letterario, ascetico ed introspettivo della solitudine dell’essere umano, in lotta perenne con tutte le sue incertezze e le paure della nostra epoca, immortalando, con rabbia e disillusione, il desiderio di ritrovare quella forza di aggregazione che ha ciclicamente rappresentato il traino emotivo di ogni individuo.

Alle prese con un tessuto sociale contemporaneo destinato alle macerie dell’oblio, e sempre più prigioniero del conformismo e del capitalismo, l’uomo ulissiano raccontato dagli El Rojo può ancora sognare di rigenerarsi, di rifiorire anche nell’humus apparentemente meno fertile e di abbandonarsi alla corrente della vita.

Come un fiore di oleandro che sboccia dalle radici aride del deserto, e come la rosa nera quale simbolo dell’azzeramento di un capitolo buio, la parabola del viandante può altresì aprirsi alla speranza consolatoria di nuove opportunità e frontiere, rifiutando le illusioni protettive per scavare nell’insegnamento del passato, nel canto e nella musica dei briganti del Meridione e combattendo contro i demoni dei propri abissi.

El Diablo Rojo è, dunque, un atto di ossequio verso coloro che, storicamente, sono stati costretti a un doloroso distacco dalle proprie radici per cercare fortuna altrove e nei confronti di quelli che, invece, sono rimasti stoicamente aggrappati a quell’etimo culturale, a quel background territoriale viscerale e schietto fatto di sapori, profumi e colori incancellabili.


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Andrea Musumeci