Deftones: recensione di Ohms

Gli occhi stilizzati raffigurati nell'artwork di Ohms dei Deftones mostrano un'espressione triste e impaurita: anticipano il forte impatto emotivo dell'album.
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alternative metal

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Deftones- recensione di OhmsGli occhi stilizzati raffigurati nell’artwork di Ohms, album numero nove per gli statunitensi Deftones, mostrano un’espressione triste ed impaurita, quasi in lacrime, che trasmette già esteticamente un forte impatto emotivo; come a voler imprigionare quell’immagine e, più in generale, a voler rappresentare le nostre vite intrappolate nella cornice digitale di un laptop o di un qualsiasi dispositivo tecnologico.

Il quintetto alt-metal di Sacramento (veri e propri veterani nel panorama nu metal degli anni Novanta), capitanato dallo storico frontman Chino Moreno, può essere considerato al pari di un esercito della resistenza nel loro genere, nonché alfieri di un prodotto musicale che, sin dagli esordi, è riuscito ad affermarsi con un crossover ibrido e sperimentale.

Bilanciando le coordinate classiche di uno spartito tridimensionale composto dalle vibrazioni cupe del metal, dagli scream vocali dell’hardcore e dalle atmosfere plumbee della darkwave elettronica, Ohms ci accompagna in un labirinto di inflessioni noise e di personalità multiple, così come vengono percepite dalla nostra mente, la cui unica via d’uscita, oggigiorno, sembra essere quella di credere ancora nell’amore (and I believe your love, is the only thing we needed to survive…); amore attraverso il quale poter sopravvivere alla società vampiresca e distopica in cui viviamo.

Quella dei Deftones, dal punto di vista delle linee tematiche (oscure ed aperte a diversi piani di lettura), è una lotta contro l’inesorabile incedere del tempo, nel tentativo di resistere alle mancanze (la morte nel 2013 del bassista Chi Cheng, rimasto coinvolto in un incidente stradale), alle cicatrici, ai silenzi trattenuti in apnea, all’implosione dei sogni, alle speranze soffocate, ai tormenti del disagio esistenziale e alle molteplici storie in cui ad un errore, uno sbaglio, una ribellione anche veniale corrisponde una punizione eterna, un castigo che coinvolge tutti i discendenti dalla “sacra genesi” ai giorni nostri.

L’aspetto strumentale dell’opera, pur mantenendo una tensione claustrofobica costante e palpabile, non presenta spunti distintivi esaltanti, trainanti ed originali tali da destare un certo interesse (scordatevi ovviamente i picchi degli esordi di Around The Fur e White Pony).

Di fatti, le dieci tracce di Ohms si somigliano troppo tra di loro e viaggiano con il pilota automatico, eccezion fatta per una manciata di passaggi melodici (apprezzabili ma fini a se stessi), per il martellante sottofondo groove di Error, per la spirale psicotica e rabbiosa di This Link Is Dead (parecchio simile allo stile del Mike Patton di Angel Dust e Mr. Bungle), per l’intro di basso alla Lemmy Kilmister di Radiant City, per sonorità meno ovattate rispetto ai recenti episodi discografici e, tutto sommato, per un’ottima qualità nel processo di produzione.

La titletrack, ad esempio, non sfigurerebbe affatto nella lunga tracklist di Mellon Collie and The Infinite Sadness, mentre i riff granitici di brani come Genesis e Urantia richiamano il vecchio stile alla Hetfield e Mustaine, giusto per citare due virtuosi del cosiddetto “riff grattugiato”.

I Deftones, al netto di questa nuova ispirazione creativa e delle aspettative dei fan della vecchia guardia, resistono e rimangono ancoràti alle strutture eteree e grasse della gothic wave (Headless), agli echi lividi dei Nine Inch Nails (forse troppi), alle chitarre distorte e dissonanti dei primi Korn e dei Faith No More ed ai suoni emo-core di quel glorioso passato che ha contraddistinto la formazione di Chino Moreno nel panorama alternative metal degli anni Novanta, ma che oggi, invece, a distanza di 25 anni, rischia di perdersi nella retorica caricaturale e sfocata di un canovaccio obsoleto, ripetitivo e addirittura ridondante.


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