Ångström: recensione EP omonimo

Ångström non è solo il nome del fisico svedese e dell’unità di misura che porta il suo nome; è anche l'appellativo di un gruppo milanese protagonista di questo EP omonimo che fa ben sperare per il futuro

Ångström

s/t

(Ep, Autoproduzione)

progressive rock, space rock, post-rock

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Ångström non è solo il nome del fisico svedese e dell’unità di misura che porta il suo nome; è anche l’appellativo di un gruppo milanese protagonista di questo EP omonimo che fa ben sperare per il futuro, se avrà intenzione di rilasciare un album.

Attivi dal 2011, la band ha condensato le sue ispirazioni in 4 tracce che ripudiano la commercialità smontando il formato canzone. La loro musica è una selva di idee che però non sempre vengono espresse appieno.

Godart, il brano iniziale, parte con un incastro di voci trovate: voci filtrate da un’astronave e bisbiglii incanalano il pezzo verso arpeggi celestiali, che poi affogano in distorsioni galattiche. Le fughe di synth futuristiche e il basso robotico (seguito dalla calma finale) danno l’idea ambientale di uno spazio profondo dove si mescolano fenomeni climatici di opposta intensità.

L’apertura di synth-organo, il basso e i delay della chitarra spediscono il secondo brano (The Third Word Is You) direttamente in orbita. E’ un viaggio aerospaziale che nel finale si fa sempre più vorticoso.

Scalar (Thirteen) vive nell’alternanza di accenni di calma Floyd-iana e schitarrate Slint-iane.

You And I For A Houndred Miles è l’ultimo brano dell’EP ed è quello che si avvicina di più degli altri alla forma canzone. E’ caratterizzata da suoni esotici e andamento progressive. Nel finale svetta il free jazz dato dal sax di Alessandro Bider, ospite del disco.

Esordio positivo per gli Ångström che se percorreranno fino in fondo la strada che stanno seguendo arriveranno a grandi risultati.

Scarica gratis l’EP

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Alessio Morrone
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