Ulan Bator: Tohu-Bohu

Si chiama Tohu-Bohu il nuovo lavoro della band francese Ulan Bator, giunta ormai alla settima incisione composta da inediti. Tra oppressione e vulnerabilità

Ulan Bator

Tohu-Bohu

(Cd, Acid Cobra Records)

experimental rock, post-rock

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Tohu-Bohu ULAN BATORSi chiama Tohu-Bohu il nuovo lavoro della band francese Ulan Bator, giunta ormai alla settima incisione composta da inediti. Quando si raggiunge un traguardo del genere le aspettative sono alquanto pressanti, poiché la maturità del gruppo dovrebbe essere già abbastanza consolidata, ma vi è sempre il rischio di un ristagnamento della creatività. Presentandosi con una nuova line-up, il gruppo transalpino, in qualche modo, evita problemi di questo tipo.

La band, che mancava dalle scene con un novello album ufficiale da ben sei anni, presenta Tohu-Bohu come un disco avente un sound nuovo rispetto ai precedenti lavori, ma in qualche modo riflettente gli aspetti cruciali delle loro maggiori incisioni del passato. Il che potrebbe anche risultare vero. Tuttavia anche questo cd non sembra portare un’originalità o un’innovazione completamente inedita nel mondo del rock sperimentale.

Dieci sono le tracce di Tohu-Bohu, dalla durata varia (si va dal minuto e mezzo dell’ottava Ding Dingue Dong ai ben otto della penultima Tohu-Bohu) e complessivamente apprezzabile, in quanto l’album scorre liscio in una quarantina di minuti, senza incappare nel rischio di annoiare l’ascoltatore, e dato il carattere opprimente di alcuni brani, ma più in generale dell’intero album, questo rischio con una durata maggiore sarebbe diventato certezza. Difatti, il leitmotiv dell’intera composizione sembra essere un senso di angoscia e di voglia di ribellarsi onnipresente, una rabbia nascosta che alberga in ogni dove, senza lasciar spazio ad ilarità o leggerezza. Gli Ulan Bator rendono il loro francese dolcemente pesante.

Se nel complesso il disco non si mostra totalmente insufficiente, si possono però evidenziare dei nei non trascurabili: Speakerine, traccia numero due, si presenta come eccessivamente monotona, ripetitiva ed inconsistente nel complesso; R136A1, invece, pur avendo una melodia piacevole, risulta incompleta, come se le mancassero le fondamenta, o come un brano “lavori in corso”; ma è soprattutto la già citata Ding Dingue Dong a fungere da tallone d’Achille dell’album: lenta, macchinosa, inconcludente, debole, una vera e propria litania (fortunatamente breve) di cui si sarebbe potuto fare a meno.

Due sono i brani che spiccano più di altri positivamente: A T, brano forte ed irritato, dal ritmo cadenzato ed incalzante, come fosse un pezzo crossover degli anni ’90, e la title-track Tohu-Bohu, forse la traccia migliore del disco: otto minuti divisi, idealmente, in due metà alquanto differenti tra loro, la prima cantata, la seconda strumentale, entrambe pregne, comunque, di una grande intensità emotiva, e poggiate su una ritmica ossessiva e piena, che mischiata all’assolo urlante fa si che la seconda parte della traccia ricordi una psichedelia di “floydiana” memoria.

Si può sempre fare di meglio, questo è poco ma sicuro. Tuttavia, in fin dei conti, Tohu-Bohu risulta un album consigliabile sia agli amanti del genere (qualora accettassero il rischio di una possibile delusione) sia a chi non conosce ancora gli Ulan Bator o gruppi simili, data la fluidità della musica incisa, che pur non essendo alla portata di tutti, si può definire, in un certo senso, come non difficilmente digeribile.

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Mauro Abbate
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