Waines: Sto

Terzo disco per la band palermitana Waines, che si destreggia tra garage, lo-fi e surf rock. Il risultato è un disco poco italiano e molto americano. Che centra in pieno l’obiettivo
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Waines

Sto

(Cd, Audioglobe)

indie rock, blues

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Waines- Sto“Tu vuo’ fa’ l’americano”, si potrebbe esclamare dopo il primo ascolto di Sto. Si fa infatti molta fatica a convincersi che questo disco caleidoscopico, acido, schizofrenico sia stato registrato tra Catania e Palermo, ma le cose stanno proprio così.

Sto è la terza fatica degli Waines, la band siciliana che al suo terzo disco decide di giocarsi il tutto per tutto, dando al proprio sound una patina internazionale e un’energia fuori dagli schemi. Ed ecco quindi servirsi della collaborazione di Mario J McNulty, che ha curato il mix del disco e che vanta collaborazioni con artisti del calibro di Laurie Anderson, Lou Reed e Nine Inch Nails. Il risultato è un disco esagerato, eclettico, paranoico, che mischia suoni e umori diversi e che si avvia ad essere uno dei dischi più belli dell’indie rock nostrano pubblicati quest’anno.

L’album si muovo lungo le coordinate del lo-fi, del garage, del surf rock e del blues, il tutto reso più malato da una punta di psichedelica. Non ci sono regole in questo disco, non ci sono confini certi, tutto viene mischiato e centrifugato fino a raggiungere un suono molto spesso disturbante, ma sempre adrenalinico.

In Turn it On e in Time Machine fa da padrona una psichedelia incattivita e metallica, fatta da martellanti riff acidati che emergono da un fuzz di sottofondo, mentre in Keep It Fast e in Birds viene proposto un robusto rock anni Settanta, fatto di strofe cicliche e ritornelli vorticosi, irrobustiti da solide chitarre.

Vengono adottate invece nuove soluzioni in Afrix, dominata da riverberate cacofoniche e da un pigro  ritornello in bassissima definizione, che tanto ricorda il Beck di Mellow Gold. Il momento più riflessivo del disco è affidato al blues di è Morning Comes, chitarra acustica, cori, e qualche sporcatura di chitarra elettrica. E ci si ritrova subito in qualche prateria americana al momento del tramonto.

Il brano più oscuro è Harsh Days. Lontano dalla solarità casinista dei brani precedenti, ha degli arrangiamenti più disciplinati, ma comunque impreziositi da qualche graffio di chitarra fatto ad arte. Ma la vera summa di tutto il disco, la track più rappresentativa della grande varietà di stili, è senza ombra di dubbio Round Glasses, che sarebbe degna di entrare in un disco dei Wavves: strofa lo-fi, debordante di riverberi aciduli e di paranoie tradotte in sonorità grezze, che si aprono in un ritornello catchy al punto giusto. È il garage che si incontra con il surf rock, e l’effetto finale è quasi perfetto.

Personalità, inventiva e abilità tecnica: questo disco colpisce nel segno. Sia che lo si ascolti guardando lo sterminato oceano della California, oppure sdraiati su qualche remota spiaggetta siciliana.


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Sofia Marelli