Venus In Furs: Carnival

Venus In Furs

Carnival

(The Orchard)

rock

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Venus In Furs- CarnivalDatemi Fuoco, il brano di apertura, irrompe con un lamento a cappella che si snoda in un rock arrabbiato che rimane in quel limbo tra la ferocia e l’umorismo irriverente, e che mi ricorda alcuni dei primi mood di quel Vasco Rossi che ancora non voleva sparare agli indiani.

Sul comunicato stampa di Carnival, il nuovo album dei Venus In Furs, c’è una breve spiegazione di ogni traccia, e lì c’è scritto che il primo “è il classico pezzo che parla dell’aria che tira… L’aria è elettrica, eppure non succede niente”.

Di solito le canzoni non andrebbero spiegate, per tanti motivi, in primis perché si rischia di banalizzare un qualcosa che dovrebbe essere già di per sé stesso esplicativo.

E molti artisti, infatti, non lo fanno. E io mi trovo, generalmente, d’accordo con loro. In questo caso, però, la spiegazione mi piace più del testo perché, con un colpo secco, colpisce in pieno il target e lo abbatte, risultando molto più efficacie della lirica in sé.

Dammi Tempo, sempre come leggo dalle note, “è il vero hashtag di questo disco”. E l’aspetto che mi incuriosisce maggiormente è che questa richiesta usi il volano di un brano veloce ma breve, con quella classica andatura punkeggiante che si sbriga a dire quel che vuole dire.

Il testo del terzo brano è abbastanza ben costruito, e solo alla fine si scopre che parla di Christian Vieri. O all’inizio, se si legge il titolo. La parabola di un eroe delle folle calcistiche che assume le umane sembianze di un clown da giornaletti gossip e TV generalista. Mettiamola così: è un brano sulla disillusione.

E l’andazzo è un po’ quello, caro del resto a moltissimi artisti di questa generazione, di continuare a fotografare i politici come nuovi nazisti coi colori dei pacifisti, la fuga di cervelli in altre lande che ci impoverisce anche in prospettiva, i dissensi che si esprimono per lo più in quella grande piazza virtuale dove si può scendere senza bisogno di allacciarsi le scarpe.

Ma, per essere anche un po’ alternativi, originali va, dedicano brani anche al gatto che gira sui tetti di Pisa o all’omino col cappello che di domenica viaggia a quaranta all’ora sulla FI-PI-LI, togliendo altro tempo a chi ha già poco tempo, appunto.

Il primo singolo, Semplifica, tira un respiro grazie a una ritmica di chitarra acustica che abbassa il volume e anche il contachilometri. A questo punto sono curioso e torno a leggermi lo spiegone. ”Per molti è la ballata strappacuore. Per altri è il singolo. Per noi è solo un brano come gli altri, che parla di amore e rapporti umani”. Sono d’accordo, è una canzone come le altre.

E, nel complesso, anche questo Carnival è un album come gli altri, senza spunti particolari che facciano gridare alla meraviglia ma senza neanche grossi scivoloni. Che si chiude, devo dire inaspettatamente, con Prisincolinensiainciusol, un brano sull’incomunicabilità che Adriano Celentano utilizzò come “lato B”. Sarebbe facile scrivere che stavolta, senza dire niente, finalmente ci dicono tutto. Ma sarebbe più che altro la frase a effetto del critico musicale che io non sono, il cliché di cui spesso accusa ma a volte abusa.

La Venere In Pelliccia è una buona band, alla fine il sound è gradevole e potrà piacere sia ai rocchettari moderati che a quelli dai gusti più melodicamente cantautoriali. E, senza ombra di dubbio, gli va riconosciuto il merito di cercare di tenersi un passo in là rispetto al trito e ritrito, anche se con fortune alterne.

Una nota fortemente positiva è la copertina, che mi è piaciuta tantissimo. Il perché non lo so, però la trovo terribilmente bella. Anzi, ma sì che lo so, la trovo bella perché è fetish.

E allora, partendo da lì, mi è venuta voglia di approfondire e ho iniziato a curiosoreggiare, passatemi il neologismo.

Così è venuto fuori che Venus In Furs è anche:

  • una band creata per la colonna sonora del filmVelvet Goldmine di Todd Haynes, che narra le vicende di un musicista glam-rock che si ispira a David Bowie ed è infarcito di citazioni di Oscar Wilde;
  • un romanzo erotico dell’autore austriaco Leopold von Sacher-Masoch che tratta di sottomissione o, a seconda di come la si vuol guardare, di dominazione. E la cosa interessante, per cui certamente lo leggerò, è che l’incipit ha a che fare con una traslazione artistica che si richiama alla Venere Allo Specchio di Tiziano e mi fa tornare prepotentemente in mente un articolo piuttosto sofisticato che ho scritto qualche tempo fa per Art Report proprio sull’intrecciarsi del feticismo podalico con l’arte antica, anche sacra;
  • nonchè, ovviamente, un brano scritto da Lou Reed che parla di sadomasochismo e feticismo pubblicato sull’album del 1967 The Velvet Underground & Nico (quello con la banana di Warhol), che trae origine proprio dalla sopracitata novella bondage.

Quasi inevitabilmente, a questo punto, mi è preso il pallino di contattare il gruppo per chiedergli lumi.

Gli ho mandato questo messaggio: “Ciao ragazzi, sto scrivendo una recensione di Carnival per Rockshock. Volevo chiudere il pezzo con un vostro intervento sui generis. In particolare mi interesserebbe sapere, nell’ordine: 1) dell’origine del vostro nome; 2) dell’idea per la copertina di Carnival e del modo in cui si interfaccia ai contenuti dell’album; 3) del dove vi piacerebbe vi conducesse la FI-PI-LI se una domenica mattina la trovaste finalmente libera!”.

E loro mi hanno risposto così.

1) ORIGINE DEL VOSTRO NOME

Più che al brano dei Velvet Underground (come ipotizzano in molti) il nome è stato scelto quando Claudio (voce, chitarre) e Zorro (basso, chitarre) alle scuole superiori lessero il romanzo di Leopold von Sacher-Masoch, che si intitolava appunto Venus In Furs (poi uno si chiede perché siamo cresciuti così!) ed al quale si è ispirato Lou Reed stesso per il famosissimo brano citato prima.

2) IDEA PER LA COPERTINA DI CARNIVAL E DEL MODO IN CUI SI INTERFACCIA AI CONTENUTI DELL’ALBUM

In realtà l’immagine di copertina non ha svolto una parte didascalica o complementare rispetto al titolo se non rispetto ai testi stessi all’interno di questo lavoro. Un disco per una band è una foto, niente di più, è la foto di quella band in quel momento. Gli stessi pezzi il giorno dopo (ogni santo giorno dopo l’altro) suonano diversi, ma restano comuni nelle orecchie di tutti (o quei pochi) solo quelli registrati “quel” giorno in studio. La copertina si limita a rappresentarci, alla stessa maniera da un altro punto di vista: durante questo disco abbiamo vagliato più e più opzioni. Poi, un giorno, abbiamo deciso che tutto era perfetto e abbiamo smesso di scegliere, abbiamo chiuso i mix, smesso di vagliare altri titoli, smesso di scrivere brani nuovi. Un giorno abbiamo chiuso il disco e in quel momento l’unica foto che ci rappresentasse al meglio era quella che vedete stampata ora in copertina.

3) DOVE VI PIACEREBBE VI CONDUCESSE LA FI-PI-LI SE UNA DOMENICA MATTINA LA TROVASTE FINALMENTE LIBERA?

Sia d’estate che d’inverno c’è un’unica risposta: al mare (sperando che Renzi tra le sue tante promesse costruisca il mare a Firenze, in modo da togliere i fiorentini che invadono il traffico della FI-PI-LI .-)).

 

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