The Spell of Ducks: Soup

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The Spell of Ducks

Soup

folk rock, indie folk

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The Spell of Ducks recensione SoupIn Italia c’è del talento. Sembra strano fare questa affermazione nei confronti di una band che tutto sembra, meno che italiana.

Eppure i The Spell of Ducks, dall’ombra della Mole Antonelliana, ci conducono in un viaggio sensoriale che spazia dalle sconfinate campagne degli Stati Uniti, ai verdi prati dell’Irlanda.

Il nucleo principale della band è composto da tre elementi, Ivan Lionetti (voce), Andrea Del Col (chitarra e voce) e Guido Greco (banjo, cori e tastiere), ai quali si aggiungono Alessandro Negri (batteria), Gianluca Gallucci (basso) e Alberto Occelli (viola e violino).

Questi sei ragazzi hanno prodotto Soup, il loro secondo EP, nel quale sono racchiusi sei brani dal sapore folk e dalle atmosfere alla Tim Buckley.

Soup si apre con un pezzo che vuole essere, per questo disco, una soffice Intro (ed infatti è proprio così che s’intitola). Una dichiarazione d’intenti per il sestetto torinese, che dolcemente instaura una connessione con l’ascoltatore al punto da farlo quasi commuovere sulle note degli archi di Occelli, perfetti per la colonna sonora di un film romantico.

Dopo la dolce presentazione, i The Spell of Ducks ci accompagnano sulle scanzonate praterie di Tonight, il brano che avrebbe scritto Bruce Springsteen se fosse stato irlandese, anziché americano. Una Whiskey in the Jar che diventa un Vermut in the Jar.

Con So High la band si spinge più in alto, aumentando il ritmo e dando particolare risalto al banjo. Il risultato è un brano estremamente orecchiabile, facile da memorizzare, che potrebbe quasi sembrare una reinterpretazione di un pezzo di Elvis Presley, in versione country folk.

La seconda parte dell’EP torna a farci sognare con tre brani delicati e melodiosi, nei quali il bellissimo timbro di Lionetti ci avvolge come una calda coperta nelle fredde serate invernali.

In The Hunter ci addentriamo tra le fragilità di un cacciatore, che appare come un leone agli occhi della sua amata, ma nella cui anima si nascondono le più umane debolezze. Un pezzo che ricorda l’Ed Sheeran di +, specificando che per chi scrive non è altro che un complimento.

Anche Silent Mind non stonerebbe affatto in uno dei live del rosso più famoso del momento. Colpisce come i The Spell of Ducks riescano in questo brano, ma anche negli altri, a creare una perfetta armonia tra il cantato e la base, lasciando che la voce si appoggi delicatamente sulle corde degli strumenti.

L’EP si chiude con la soave Dear Leo, dedicata al figlio del cantante. Un pezzo alla James Blunt, una poesia d’amore che sembra provenire dalla Contea della Terra di Mezzo.

Siamo arrivati alla fine del disco ed è un vero peccato che non si tratti di un Long Playing. Sì, perché questo EP è proprio come una zuppa: ti scalda il cuore e l’anima, ma non ti sazia del tutto.

Con Soup i The Spell of Ducks sono riusciti nel loro incantesimo, facendoci innamorare della loro musica guardando un tramonto in riva al mare o sorseggiando birra in un irish pub. Speriamo che la magia non finisca.

 

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