Suzanne Vega: Tales From The Realm Of the Queen Of Pentacles

Tales from The Realm Of The Queen Of Pentacles, di Suzanne Vega, è una soffice nuvola di poesia che passa senza mai fare ombra, uno di quei sistematici dischi che fanno rigenerare l’ingenerabile
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Suzanne Vega

Tales From The Realm Of the Queen Of Pentacles

(Cooking Vinyl)

folk

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Suzanne Vega- Tales From The Realm Of the Queen Of PentaclesDalle nebbie tutto prima o poi torna, le immagini dapprima sfuocate, senza contorni o tratteggi tornano – piano piano – ad assorbire una certa fisicità contemplativa, e quello che prima sembrava illusione, poi si palesa in tutta la sua precisa quadratura umana. La cantautrice americana Suzanne Vega torna da quelle belle foschie con Tales From The Realm of The Queen Of Pentacles, l’album – possiamo ben dire – di rinascita artistica e morale del suo tenero folk dal quale passano circa sette anni di personale silenzio discografico, tempo dedicato a riflettere e ad incorniciare nuova musica, altrettanta poesia.

Ottavo disco di carriera questo, roba fine di artigianato artistico, ed è un disco che prende il sopravvento – oltre che per la consueta delicatezza – per quell’aura di spiritualità in cui la Vega immerge le sue parole, i suoi fili esistenziali ed anche le paure di un qualcosa che non si delinea nel futuro, ma lo fa quasi in punta di piedi e col cuore tra le mani; registrato on the road, tra Londra, Praga, Chicago, Los Angeles e New York e poi finito in una vecchia stazione ferroviaria – la Kyserike Station – nei boschi della Big Apple e che l’artista ha trasformato in studio di registrazione, il disco è un puro concentrato di bellezza impalpabile, melodie incastonate da fiati ed archi in collaborazione con la Smichov Chamber Orchestra di Praga, e poi ancora folk, sensazioni cristalline boschive, respiri di Dylan e Stones senza mai farsi mancare quel brivido di fondo che è la sua caratteristica di sempre, vale a dire la schiettezza poetica che non l’ha mai abbandonata.

Le mode come si sa arrivano, stigmatizzano ma poi se ne ritornano chissà dove, invece il suo folk appannato ha resistito e resiste imperterrito a divulgare il clamore a borotalco di una donna senza tempo, di una artista che – oramai giunta ai 54 anni – ha ancora moltissimo da dire e suonare. Passano le visioni mattutine di Fool’s complaint, I never wear white, svolazza il cristallino incorruttibile di Jacob and Angel respira l’immedesimazione soul Song of the stoic e la ballata carta zucchero di Horizon (There is a road) e la mente vola via senza più freni, vola talmente in alto che la solitudine della Vega ci imbeve di complicità e ci rende ancor più ricchi, ancora più leggeri di un arcobaleno sognante.

Suzanne Vega, un ritorno entusiasmante.

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Max Sannella
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