Stella Diana: Nitocris

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Stella Diana

Nitocris

(Vipchoyo Sound Factory)

shoegaze, new-wave

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Stella Diana- NitocrisChi non li conosce non direbbe mai che sono napoletani. Già, perché al di là dell’uso della lingua inglese, dai guaglioni t’attenni ‘nu quaccòsa de chiù solare…

E chissà perché poi.

Stereotipi, preconcetti, e via via ogni altro termine che inquadri la limitatezza del mio primo acchito.

Comunque gli Stella Diana sono partenopei, ‘mbè!, fanno shoegaze e new wave, sono in giro da parecchio e oggi presentano Nitocris, il loro nuovo album anticipato dal singolo Sulphur.

La loro è una musica da camera, nel senso che andrebbe ascoltata nel silenzio di una stanza solitaria, con qualche candela accesa a fare atmosfera e, soprattutto, a permetterci di spiare nella penombra i muri che si sciolgono e il lampadario che scivola in fondo al mare mentre i soprammobili cavalcano le ombre di spuma di un arcobaleno che si dissolve in una nube di zucchero filato calpestata da gechi giganti e coloratissimi che rincorrono farfalle armoniose con le ali serigrafate da qualche strampalato artista pop.

Il pavimento si solleva, perdiamo l’orientamento sopraffatti dalle vertigini, siamo nella psichedelia che fa sembrare il Vesuvio un Maxibon e quelli Flegrei campi di noccioline americane condite col burro d’arachidi, o qualsiasi altra cosa volete se vi piace di più.

Decisamente non è il mio genere, però mi piace l’uso protagonistico del basso che nel delirio visionario di una musica liquida assurge a quello che una volta, nei miei vecchi film preferiti, si sarebbe chiamato “il ruolo dell’antagonista” anche se poi antagonista non è.

Nitocris segue di un anno l’EP Alhena del 2015 rispetto al quale è più introspettivo. Come spiega il frontman Dario Torre, “Ora siamo in tre e ogni membro del gruppo ha portato dei cambiamenti nel nostro sound, ci siamo concentrati maggiormente sull’atmosfera e sull’intensità della musica”.

Il titolo dell’album è dedicato a Nitocris, antica regina Egizia e ultimo Faraone della Sesta Dinastia. A lei si ispira anche la copertina, con una donna nuda dalla silhouette sinuosa ripresa di spalle e coperta dai lunghi capelli nella rappresentazione di una bellissima apparenza scarsamente celebrata e quindi triste e sofferente, eterea ed elusiva, senza volto.

“È come se non fosse mai esistita nelle iscrizioni Egizie”, spiega ancora Torre, “e questa cosa è tremendamente affascinante. Spesso fai cose, vivi, respiri, lavori duramente, ami. Nonostante ciò, per la gente non esisti”.

Già, è proprio così.

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