Mimosa: La Terza Guerra

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Mimosa

La Terza Guerra

(Gas Vintage Records)

pop

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mimosa-la-terza-guerraMimosa è Mimosa Campironi, una ragazza, una donna che attraversa questi anni difficili e ne soffre.

Terza Guerra è il suo primo album che arriva per la necessità di somatizzare in musica un malessere di fondo che in parte è globale e che in parte le è ancora incomprensibile.

Le fanno tristezza i teatri che chiudono per lasciare metri quadri alle multinazionali della distribuzione di massa low-cost, i palazzoni saturi di uffici su cui si arrampicano simulacri silvani dalla geometria svagata che non sanno compensare la polvere di terra perduta, il tempo rubato dalla burocrazia più prezioso di qualsiasi monetizzazione erariale, la falsa accondiscendenza della cocaina e dell’happy-hour che in un condominio di villette a schiera si litigano lo spazio con la frustrazione e la distrazione generale – quella dovuta all’abuso di alcool più che alla alienazione più o meno conscia da una realtà fatta di conti in rosso a metà mese o costosi/vistosi abiti griffati che, fin quando si incrociano nello stesso ascensore, sono spunto di riflessione sociologica ma, quando convivono all’ombra dello stesso arredo Ikea, allora sì diventano confusione mentale, ma consapevole soltanto per chi la osserva da fuori.

Che bellezza riscoprire l’abbandono alle sensazioni basiche fluttuanti nell’aria insieme al profumo degli alberi d’arancio, che bellezza se non ci fosse bisogno del denaro, che bellezza se l’aria fosse libera dal monossido di carbonio.

Tra i martellamenti di un pianoforte sclerotico e irrequieto, la giovane attrice di fiction e palco che ha già condiviso il proscenio con mostri sacri come Gigi Proietti, utilizza la sua voce monocorde e a tratti volutamente monotona per trasformare in onda sonora una non melodia che perfora nel suo tentativo disilluso, ma non per ciò disillusorio, di cambiare semplicemente la realtà dentro un do maggiore.

In ogni brano c’è una donna diversa con una storia diversa e si fa fatica a definire un minimo comun denominatore per razionalizzare questo magma irridente e provocatorio che sembra un concept-album con l’ordine delle tracce sbagliato. Ma chissà, poi, se ce n’è davvero bisogno o se è meglio lasciarsi travolgere così come viene. E chissà se Mimosa si immedesima in così tante altre facce perché si sente ognuna di loro, perché non si sente nessuna, o perché, tutto sommato, non lo sa ancora bene neanche lei.

Forse, al di là dei campanilismi finti o di convenienza e delle scomposte reazioni che si ergono impavide ogni qualvolta le critiche feroci degli alloctoni osano pungolare i nostri patriottici spiriti acquietati da una pasta alla carbonara in TV docet, o anche no, la verità è che non c’è nulla di più pirandelliano del buttare lì un “voglio sapere dove è andata a finire la parola diritto” quando si porta in dote la triste consapevolezza di vivere in una landa dove l’eccesso di diritto ha eroso anche il più elementare dei diritti.

Quando il cerchio dovrebbe chiudersi, o almeno quello paventa l’aspettativa di ascoltatore medio e un po’ borghesotto, Mimosa colpisce di nuovo ponendo in dubbio tutto quanto sopra: i suoi pensieri neri, quel tono così indovinato con cui pronuncia “amore mio” nella claustrofobica Voglio Avvelenarmi Un Po’, quelle parole di facile consumo di Bambola o Non Ero Io.

Tutto indistintamente ritrattato in una epigrafe dolce.

Ma quel che è detto è detto.

E rimane.

Intelligentemente provocatorio.

Com’è.

Voglio sapere dove è andato a finire il coraggio di osare.

Bu!

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