God is an Astronaut: Origins

God is an Astronaut sono alla complicata ricerca di se stessi e delle origini dell'universo. Origins è un viaggio tra le stelle, ma con i piedi ben piantati a terra

God is an Astronaut

Origins

(CD, Revive Records)

post rock, space rock


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Origins è il settimo album dei God is an Astronaut, nonché il primo con una line-up a cinque elementi. Ed il definitivo inserimento alle console di Jamie Dean ha decisamente cambiato le carte in tavola. L’uso massiccio e preponderante di tastiere e sintetizzatori ha trasformato profondamente il suono della band irlandese, portandolo verso una deriva ai limiti dello space rock.

Spenti gli ardori delle vampate pseudo metal, il gruppo ha riempito lo spazio rimasto vuoto da laptop, atmosfere elettroniche e piccole basi dance. Esempio lampante è il singolo Spiral Code che sembra essere preso a piene mani da un brano dei Maserati, ma edulcorato dalla genialità della band americana.

Altra novità inserita dai God is an Astronaut, è l’uso della voce, opportunamente modificata dall’uso sapiente di un vocoder, ma che ha tanto il retrogusto ed il climax di Happy Songs for Happy People dei dirimpettai Mogwai. Ascoltare Exit Dream o Reverse World per credere.

Le tracce di tutto il lavoro variano molto tra loro, ma l’album non decolla. Le atmosfere dilatate di Autumn Song, le sensazioni futuristiche di Light Years from Home sono un viaggio tra le stelle alla ricerca di se stessi…ma con i piedi ben piantati a terra.

Origins sfrutterà tutta la sua presunta originalità per attrarre a se curiosità di ogni genere, ma in fin dei conti è un album senza particolari spunti di interesse. Se decidete di iniziare un nuovo viaggio con i God is an Astronaut, partite decisamente con un altro lavoro.

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Vincenzo Riggio
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